17 luglio 2008

Tapùmp

Accurati studi effettuati dal prof. Ronza dell'Università di Termoli e dalla sua qualificata equipe hanno portato alla conclusione che un gatto persiano lasciato cadere da una determinata altezza fa tapùmp. Le conclusioni della ricerca sono state pubblicate sulle maggiori riviste scientifiche italiane e internazionali, e si crede che porteranno ad una vera rivoluzione copernicana nel campo della rumorologia dei felini. Inoltre, il clamore suscitato dalla scoperta e il prestigio conseguentemente riscosso dall'Ateneo hanno fatto convergere su Termoli gli sguardi compiaciuti e la simpatia del mondo intero, fino a quel momento distratto a fissare lo spazio bianco tra il muro e il frigorifero.
Il rovescio della medaglia è che i complessi esperimenti, prolungatisi nel tempo, hanno richiesto spese elevate, necessarie a procurare i felini, approntare superfici d'atterraggio adatte, sollevare da terra i gatti e poi lasciarli cadere; senza contare i costi per l'alloggio dei persiani e per il loro sostentamento. L'acquisto di penne Staedtler nere e di taccuini su cui trascrivere i suoni uditi dai ricercatori hanno dato il colpo di grazia alle già esauste finanze dell'Università e della comunità termolese tutta.
In una drammatica seduta del Senato Universitario, a cui partecipavano anche gli amministratori locali e gli altri enti in grado di alleviare il grave dissesto, il prof. Ronza ha preso la parola per esporre il suo piano di rientro dal debito accumulato: a detta del professore, l'unico modo per acquisire le risorse necessarie da un lato ad azzerare il deficit, dall'altro a garantire all'Istituto di Rumorologia Felina dell'Università le attrezzature e gli investimenti necessari a mantenerne l'eccellenza, è la riduzione in schiavitù e la vendita degli abitanti dei quartieri più occidentali e interni della cittadina.
La proposta si è scontrata con un tacito boicottaggio da parte delle istituzioni, vero e proprio muro di gomma che ha a cuore solo il mantenimento dei propri privilegi di casta e non certo la difesa degli interessi della scienza molisana; terminato l'intervento e in seguito alla freddezza riscontrata, il prof. Ronza ha lasciato l'Aula Magna (forse un po' troppo ostentatamente), portando sotto braccio un grosso gatto grigio, vanto dell'Ateneo adriatico. La sera stessa il chiarissimo esponente della comunità scientifica nazionale ha scritto una dolorosa ma necessaria lettera di dimissioni, motivandole con l'impossibilità di studiare e fare ricerca nel marciume e nella piattezza del sistema italiano. Così, nell'indifferenza dei più, si va perpetrando ancora l'infame ciclo della fuga dei cervelli, che toglie tante energie e tante speranze al nostro già sfortunato paese.

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10 luglio 2008

Breve romanzo triste d'amore e di Bisanzio

I.

Il dottor Nobile non ha problemi con la propria vita né con il proprio lavoro, e non gli interessa granché che tanti anni di studio intenso ed appassionato siano risultati in fondo sprecati e non trovino alcuna applicazione nella sua attività quotidiana; anzi, lui crede davvero, nel profondo della sua anima vasta e non del tutto conoscibile, che quel posto allo zoo sia stato una benedizione e un colpo di fortuna. Al dottor Nobile piace fare quel che fa, perché in realtà le incombenze che gli sono richieste sono assai leggere: trovare i nomi per i cuccioli che vengono al mondo e all'occorrenza, quando nessun altro può farlo, spalare via gli escrementi delle bestie.
In pratica, spetta a lui battezzare dei piccoli e portar via la loro merda; e quando la mette giù così, anche il distaccato cuore del dottor Nobile non può che gonfiarsi d'orgoglio paterno.

II.

E al diavolo, davvero, al diavolo gli anni impiegati a studiare l'Impero Romano d'Oriente, le diottrie gettate al vento seguendo polemiche ingiallite tra studiosi morti, al diavolo gli involontari tuffi di gioia al solo leggere il nome di Basilio il Bulgaroctono, al solo ripercorrere i suoi crudeli trionfi. Meglio, molto meglio il posto allo zoo, i bambini con il gelato colante e la faccia sporca davanti alla gabbia delle tigri, le scimmie tristi che gli domandano con gli occhi colmi di distante dolore quand'è il termine della loro pena, le merde disumane e le scope di saggina. Meglio.

III.

E poi lei appare d'improvviso, come gli slavi nei Balcani, e non c'è modo di contenerla. Lui ha una tuta gialla e un sacco maleodorante che non si decide a buttare via, perché lei è sulla panchina, ha un libro ed un sorriso inspiegabile, e al dottor Nobile il volto di lei sembra circonfuso d'oro. Se ne vedono a Ravenna, di volti così, ma sono volti di morti e lei è viva e lo guarda.

IV.

Il dottor Nobile scopre un giorno l'esistenza di una colonia di formiche accanto alla siepe rada e malaticcia che delimita il suo giardino condominiale. Resta lì chinato delle ore intere a rimuginare che fatica sarebbe lavorare con quelle bestie, trovare un nome ad ognuna delle milioni di larve che aprono gli occhi (ma le formiche aprono gli occhi? o nascono già gonfie d'innatismo cartesiano, e non hanno bisogno di sapere nulla per vivere nelle loro profondità?). Non pensa alla merda, lui che è di animo nobile, o crede davvero che solo perché sono piccole la merda di milioni di larve non pesi, non sia una condanna che può spingere a terra un uomo anche più forte di lui.

V.

Per qualche motivo il dottor Nobile è appeso ad una voliera quando la donna della panchina ritorna e sceglie proprio quell'angolo del giardino zoologico. Giovanni Nobile, che pure sta fissando il volto severo di un rapace, si sente più ghermito dagli occhi che ha alle spalle; perciò scende dalla voliera, raccatta con la mano sinistra la scopa di saggina e dà la mano destra alla donna.

VI.

Ho perso Giustiniano II, volevo rileggere del suo esilio e del suo sogno folle di perdere il naso e conservare il potere, invece sono cinque minuti che ho il libro sotto mano e mi accorgo solo ora che sto leggendo Il gioco del mondo di Cortazar. Ho perso la Storia dell'Impero bizantino e ho riperso il naso di Giustiniano II. Però stanotte voglio leggere.

VII.

Lei ritorna allo zoo nei giorni successivi.

VIII.

Nella testa di lei c'è quell'uomo alto e strano, vestito di giallo, e quello che dovrebbe essere il patetico tucano simbolo dello zoo, cucito su una toppa che campeggia sul suo petto, agli occhi di lei è un'aquila nera.

IX.

Nascono due orsetti e il dottor Nobile è seduto su una panchina, il mento appoggiato alla scopa, a pensare seriamente come chiamarli. C'è di mezzo la televisione che è già venuta a filmare i due ursidi senza nome, ci sono i giornali che reclamano le foto e le scolaresche tenere e rumorose che non vedono l'ora di spaventare i teneri cucciolotti (tra pochi mesi, delle pesanti macchine di morte sotto il loro pelo morbido). Eraclio e Costantino gli sembrano nomi adatti per due animali tanto potenti e fieri, ma il direttore dello zoo vorrebbe qualcosa di più breve e più esterofilo: Giovanni Nobile, dottore di ricerca con numerose pubblicazioni all'attivo, propone allora Krum e Tervel, nomi maestosi di animali potenti, quali dovevano sembrare i Bulgari dall'alto delle mura imprendibili di Costantinopoli.
Il direttore preferisce Johnny e Jim.
"Almeno Jules", sussurra il dottor Nobile, gli occhi bassi sulle sue scarpe sformate.
Jules è troppo difficile da pronunciare.

X.

Quando è vestito di giallo il dottor Nobile è bellissimo. Si vedono dopo il lavoro, e lui le sembra persino un po' ridicolo vestito borghese, come se a lui non competesse la normalità. Invece Giovanni è bello (bello di una maniera misteriosa di esserlo), solo quando è vestito di giallo e quando è nudo; ma questo lei non lo sa ancora.
Forse non è ancora successo, forse la nudità di lui esiste solo agli occhi di lei nella sua pienezza, forse il corpo nudo del dottor Nobile attende gli occhi di lei e l'oro che le circonda il capo.

XI.

Questa donna deve avere pensieri meravigliosi, perché coi pensieri e con gli sguardi di lei fuoriesce l'oro dalla sua testa, e io amo quell'oro e non lo temo, e con lei sono più alto e più felice, e se porto la tuta e sono sporco va tutto bene (benissimo, benissimo); e con in mano la mia scopa di saggina potrei gettarmi e sparire in una torma di giannizzeri e avrei paura solo del tempo perduto lontano da lei.

XII.

Il dottor Nobile spala la merda e fischietta, e accarezza la renna sul muso, dagli enormi occhi intelligenti e cisposi. Il dottor Nobile parla alla renna, o pensa di parlarle, e le racconta storie complesse, che a volte finiscono bene.
La renna non distoglie lo sguardo dalla tuta gialla dell'uomo che lavora. Fuori dalla gabbia, alcuni uomini osservano la scena e si sentono diversi da entrambi.
Se lo sapesse, Giovanni Nobile non si stupirebbe delle loro conclusioni, e anzi continuerebbe a fischiettare.

XIII.

Se arriva lei e si mette ad osservarlo, anche da un vialetto e molte gabbie di distanza, Giovanni Nobile si sente come richiamato alla superficie da una forza superiore; è di nuovo umano e vicino. Giovanni Nobile si sente come Eraclio che non sapeva più attraversare il mare dopo venti anni a combattere nel deserto, e dovettero gettargli un ponte di barche e ricoprirlo di sabbia e fronde per farlo tornare a morire a Bisanzio.
Lei, è orrendo spiegare le metafore ma talvolta bisogna, lei è il suo ponte di barche e su di lei Giovanni Nobile attraverserebbe tutti i mari.

(XIV.

I seni di lei sono piccoli e puntuti, teneri come burro, e dirigono le loro lunghe cime verso l'esterno, come due minuscoli corni fatati; per lui quei seni sono il Bosforo e i Dardanelli, e quando ne bacia l'interno, quando la testa di lui è in quel mare salaticcio, Giovanni Nobile è tutti i turchi del mondo ed è a buon diritto amante e conquistatore.

XV.

Le mani e gli occhi di lui e di lei, i seni e le cosce e il bacino, non esistono più; tutto si fonde inestricabilmente, tutto è uno, trasfigura e si illumina, e il sorriso di lei e la sua serena felicità fanno scendere sui due amanti una fitta polvere d'oro.)

XVI.

Lei un giorno smette di recarsi allo zoo.

XVII.

Il dottor Nobile carezza il piccolo cerbiatto che gli mangia dalla mano. Hanno lasciato che lo chiamasse Niceforo, perché i cerbiatti non interessano a nessuno e sono belli solo finché sono piccoli.
Secondo Giovanni Nobile, per sostenere una mostruosità del genere bisogna essere pazzi o distratti o aver smesso, senza motivo e senza senso, di guardare negli occhi il cerbiatto che cresce e diventa più forte, pian piano avvicinandosi di più alla propria morte gloriosa.

XVIII.

Si dice che quando Costantinopoli sarà liberata e le sue chiese torneranno alla fede, l'Imperatore uscirà come un caldo respiro dalle mura di Santa Sofia e restaurerà il diritto e la giustizia. Con lui torneranno le figure sui muri e l'oro intorno alle loro teste e ai loro sorrisi lontani; allo stesso modo Giovanni Nobile sa che lei c'è ancora, ed è solo riparata in qualche muro in attesa di tempi più propensi alla bellezza e più favorevoli all'amore.
Ma tornerà, e con lei tutto l'oro e la pace del mondo. Lui l'attende, vestito di giallo.

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02 luglio 2008

L'opera al celeste

E così son due anni che appaiono parole su questo spazio. Come passa il tempo, vero? Sembra ieri che vagavamo nudi per le steppe africane, timorosi ad ogni passo dell'attacco felpato dei felini dalle forti mascelle che stringono e dalle zanne affilate che lacerano*. Crediamo tuttavia che per celebrare degnamente questa fausta ricorrenza sia il caso di lasciare la parole ai lettori, a coloro che da due anni fruiscono del gattusometro e, in ultima analisi. fanno sì che il tutto vada avanti con soddisfazione di chi scrive.
Ecco dunque le opinioni raccolte:
RAMZAN B., integralista islamico, Valle di Ferghana, Uzbekistan: mi piace questo blog perché i racconti che parlano di animali sono influenzati dalla dottrina wahabita.
ZORBA, piccolo cane nero, Italia Centrale: io amo rotolarmi nel fango e spaventare le oche saltando fuori all'improvviso da un nascondiglio e abbaiando forte.
MARIO R., individuo medio, Italia Nordoccidentale: sono una persona media e mi sento rispecchiato da questo blog in cui non succede nulla di particolare.
CHARLIZE T., prova dell'esistenza di coso, lì..., Dio, Africa Australe: sono innamorata da sempre dell'autore di questo blog.
BOGDANA K., coltivatrice diretta, Bulgaria: sono contenta che qui si parli bene della mia nazione e mi diverte leggere una lingua buffa come l'italiano.
CARMINE S., giocatore di videopoker, Italia meridionale: apprezzo la leggerezza di questo blog, che mi consente di distrarmi dal lavoro e dalle asprezze della vita.
MARIA N., imprenditrice nel settore turistico, Canton Ticino: non credevo fosse lecito utilizzare l'italiano in questa maniera, ma finché non lo incarcerano a me mi fa ridere.
DAVIDE D., impiegato, Sardegna: quest'uomo conosce e rispetta la sigla del Medio Campidano.
JULIE L., esteta e provocatrice, Parigi: questo blog fa talmente schifo da diventare bello.
Z. L., medico e alchimista, Bruges: ho trascorso la mia vita cercando di capire il fondamento della macchina umana, ma ogni volta che giungevo poco più a fondo nella conoscenza, mi accorgevo dell'insorgere di sempre nuove e più ampie complessità; cosicché il raggiungimento faticoso e lungo di ogni minuscola certezza trascinava con sé miriadi di dubbi. I viaggi e gli studi, innumerevoli e dolorosi gli uni e gli altri, non mi hanno avvicinato allo spirito dell'uomo, che è mutevole e nascosto; dissezionando cadaveri non ho individuato la sede dell'anima; osservando migliaia di uomini non ne ho compreso la natura. Ma sono ancora curioso e inquieto, e di quest'opera al celeste apprezzo soprattutto la fiducia nell'uomo e la volontà di capirlo, anche se non si può capire nessuno.

Qualora vogliate anche voi lasciare un vostro commento, sarò curioso di leggerlo.

*ci riferiamo ovviamente alla gita di Pasquetta della vostra famiglia.

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26 giugno 2008

La fiera, l'uomo e il vasistas

Se c'è una cosa che infastidisce la vita tranquilla e laboriosa del signor Scattolini, sono senz'altro le belve feroci che vivono sul suo terrazzo. Specie d'estate, quando il caldo si fa insopportabile e il signor Scattolini è costretto a togliere la sua eterna camicia celeste e a mettere in mostra la canottiera a costine strette, gli piacerebbe tanto poter spalancare la grande finestra, godersi quell'unico refolo d'aria che vaga sperduto per l'estate, o magari comprare una bella anguria e mangiarla tutta sul balcone, poi rimanere a lungo con la bocca piena di semi neri, indeciso se sputarli di sotto a mitraglietta o gettarli educatamente nella spazzatura.
Ma non può, perché sul terrazzo ci sono le bestie feroci. Il signor Scattolini ha provato più volte a risolvere la questione mettendola in mano a dei professionisti, ma quasi tutte le ditte di disinfestazione cui ha telefonato si sono dimostrate poco attente al suo dramma, perché di un vero proprio dramma si tratta, e non c'è altro modo di definire l'impossibilità per un uomo di accedere al suo terrazzo regolarmente pagato e posseduto, e gli hanno chiuso seccamente il telefono in faccia; quei due o tre che si sono degnati di recarsi al suo domicilio, per esaminare da vicino la faccenda, alla prima zampata erano già in fuga precipitosa per le scale. D'altra parte, se c'è una cosa che le belve non sopportano è che un tale vestito di bianco, a volte una persona del tutto insignificante, uno che magari da anni e anni non parla alla propria anziana zia a causa banali malintesi emersi durante un pranzo di Natale, che dunque un tizio così (privo del necessario rispetto verso i parenti, privo di loquela e di rimorsi) provi ad irrorare il loro muso con prodotti e soluzioni francamente fastidiosi.
Per il signor Scattolini è un problema anche curare le piante di gerani, il basilico, la salvia. Il signor Scattolini è costretto ad innaffiarli a parabola dal vasistas, col risultato di bagnare le bestie feroci. Queste, che dormivano della grossa, ruggiscono al suo indirizzo e cercano di infilare le grosse zampe nella finestra. Più volte hanno strappato via i gemelli dagli eleganti polsini celesti del signor Scattolini, gemelli che pure sono da considerarsi senza dubbio sobri ed incolpevoli di alcunché, ammesso che tenere piante aromatiche ed ornamentali sul proprio balcone di casa sia una colpa. Anche quando il balcone in questione risulta infestato dalla bestie feroci.
Il signor Scattolini è molto bravo a stirare e a fare tutte le faccende di casa, perché non ha una donna e non ha una famiglia. A volte gli sono capitate delle avventure galanti, tutte conclusesi quando il signor Scattolini, ingiustamente considerato un tipo strano nonostante le sue camicie ben stirate e la sua aria compita, ha accennato alle strane presenze ferine sulla sua proprietà. Hai un bel dire che sono sul terrazzo e non danno nessun fastidio, niente: le donne di oggi sono così, non guardano a cose essenziali come la pulizia e l'educazione di un uomo e si lasciano fuorviare dalla mera presenza di un gruppo di belve feroci. Come se di essa si potesse eleggere a responsabile il signor Scattolini.
Il signor Scattolini, dunque, ogni sera torna a casa da solo, con la sua pratica valigetta e un grosso cartoccio sotto braccio. Poi apre il vasistas, estrae con cura vari pezzi di carne dal cartoccio e li getta alle bestie feroci. Allora si mette a stirare o legge un libro, ed è quasi contento e rassicurato dai mugolii e dagli altri rumori bestiali che giungono dal suo terrazzo.

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18 giugno 2008

La vita frenetica e il riposo eterno

Preso nel vortice del superlavoro, richiesto da ogni parte di consulenze, consigli, favori e aiutini, l'uomo decise per l'avvenire di fingersi un cadavere, valutando che fosse l'unica, o in ogni caso la migliore via d'uscita contro il logorio della vita moderna. Questa decisione gravida di conseguenze fu assunta una sera, davanti ad una ciotola di riso freddo che l'uomo non aveva avuto tempo e voglia di scaldare, mentre la televisione, a ciò sollecitata dall'inserimento di una videocassetta, trasmetteva le immagini decisamente tridimensionali di un film con Debora Caprioglio.
Recatosi in ufficio la mattina seguente, l'uomo assunse un'espressione tanto dignitosa quanto rigida e sbrigò soltanto le pratiche ordinarie (poiché giudicava in tutta onestà che queste non potessero venir interrotte a causa di un altro evento normale e ordinario quale la morte), rivolgendo una muta occhiata di rimprovero a chi osava scuoterlo dal suo sonno programmaticamente eterno per domandargli qualcosa sull'archiviazione di alcuni atti. Oltre che per il contegno appunto cadaverico, il passaggio di stato dell'uomo -da impiegato di quarto livello a cadavere- si rese evidente ai suoi colleghi per l'annessa decisione di interrompere ogni genere di igiene personale, dato che i defunti, come tutti sanno, puzzano.
Tuttavia, la popolarità e anche la produttività del silenzioso impiegato, non più distratto dalle vanità della vita quotidiana, crebbero esponenzialmente in brevissimo tempo. Serio, compito, sempre impeccabile nel vestire come se attendesse da un momento all'altro l'esumazione, l'uomo fu ben presto notato dai suoi superiori; una mattina, mentre valutava in cuor suo l'opportunità di gettarsi in faccia dei vermicelli da esca (era cadavere già da una settimana e non aveva ancora cominciato a decomporsi), fu convocato dal responsabile della sua filiale e gratificato di una proposta irrinunciabile. Il consueto silenzio-assenso del cadavere sancì l'inizio della sua scalata sociale, fatta di una lunga serie di successi, cene-aperitivo con la crema della società locale, strette di mano ed elogi da parte delle autorità politiche e religiose, inviti esclusivi e avventure necrofile con modelle slovacche.
La brillante carriera di cadavere si interruppe quando l'uomo, di colpo e senza valide motivazioni, morì.

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06 giugno 2008

Tracce di me in giro per la rete

Se andate qui, e io vi consiglio proprio di andarci, trovate il nuovo, o seminuovo, speciale Soda. Io partecipo ad esso, insieme ad un sacco di altra gente (elenco dettagliato e post pubblicitario), con ben due racconti piuttosto belli. D'altronde li ho scritti io.
Per il resto sono in ansia e tensione e non sto bene. Prossimamente maggiori dettagli.

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30 maggio 2008

Improvvise illuminazioni

Ah, l'impulso di un momento, recarsi a Venafro con futili pretesti, rovesciare un carico di miele sulla piazza principale, farsi falsamente rossi e vergognosi e giustificarsi con i vigili urbani; e intanto scrutare l'orizzonte per vedere se arrivano gli orsi.

Ah, l'impulso di un momento, intervenire ad un convegno sugli Etruschi e parlare a profusione della zia Eufemia, delle sue pattine e della merenda con pomodori e maionese, protestando a gran voce l'etruschità della vostra famiglia, delle pattine, del gatto e delle gondole impolverate sopra il televisore; poi, cacciati dalla sala, mangiare un gelato e dimenticare per sempre gli Etruschi.

Ah, l'impulso di un momento, prendere l'autobus per San Giorgio di Piano e fare tutto il viaggio con le dita nel naso. Giunti al paese, cercare affannosamente una collina, poi piangere a lungo non avendone trovate; infine farsi consolare dal più sensibile tra gli abitanti del luogo e sperare fiocamente che vi riporti a Bologna.

Ah, l'impulso di un momento, creare cavaliere il vostro fruttivendolo, farlo inginocchiare tra i kiwi, toccargli la spalla con un porro, e pensare a tutt'altro.

Ah, l'impulso di un momento, fare la doccia con l'ombrello e leggere il giornale di lì sotto, mentre intorno alla cabina l'acqua cresce, cresce, cresce, e voi vi preoccupate soltanto della situazione internazionale.

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23 maggio 2008

Alcuni fatti quanto agli isotteri

Un uomo ad Aquileia una notte ebbe il sentore della propria morte, avendo sognato delle termiti, animali vendicativi e forieri di disgrazie per chi abbia l'incoscienza di sfidarle (anche non volendo, anche solo camminando nella campagna, fischiettando e pensando a come sarebbe bello se il cielo fosse giallo, il grano celeste, il sole un buco da cui si affacciano le scimmie). L'uomo fuggì urlando dal proprio letto, coperto solo dal lenzuolo, si infilò in macchina e corse fino in Slovenia e in Ungheria; qui la sua auto scivolò in un fiume freddo e notevolmente verde, dove, come ci si poteva attendere, morì. Il giorno dopo i giornali ungheresi scrissero gyalogos-átkelőhely, che significa esattamente "nessuno sfugge alle termiti".
Una donna a Viterbo fece un patto con le termiti: in cambio dei loro segreti raccolti in migliaia di anni di pattugliamenti sotto i palazzi del potere, la donna promise che avrebbe lasciato delle briciole di pane, ogni sera, davanti alla soglia della propria casa (come i sogni e i vendicatori, le termiti agiscono di notte). Ma avendo saputo quel che desiderava sapere, o forse sconvolta da quegli inconfessabili segreti, la donna smise ben presto di onorare la parola data. Da allora, ogni sera, verso le nove e mezza, la donna inizia a piangere; invariabilmente, che si trovi nella casa priva di molliche, a cena con un uomo che la trova allegra ed attraente, oppure alla stazione da cui partono i sentimenti più inverosimili che salgono sui treni dei pendolari, è presa da un sentimento nero e tagliente e squassata dai singhiozzi che durano fino alla mattina seguente, quando il sole li fuga. Ma la sera ritornano, e ormai non serve più a niente neanche rimediare della mollica.
Un uomo di Udine è nemico delle termiti, a causa di una vecchia storia che non vale la pena narrare qui; ogni sera le termiti, che hanno giurato la vendetta, si accalcano contro la sua casa di legno. Ma non vi penetrano mai, perché l'uomo esce sul calar del sole e disegna grandi cerchi colorati intorno alla sua proprietà. Le termiti si imbattono in una linea gialla e non sanno che fare; si fermano stupite e i soldati delle retrovie sbattono contro le prime linee. Quando infine trovano la soluzione, ecco che l'uomo ha disegnato una linea rossa e una viola e le termiti devono di nuovo fermarsi, infine tornare indietro. L'uomo ha in casa una scatola di pastelli, ed è virtualmente invincibile.

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15 maggio 2008

Istruzioni per fare del male alle donne e ad altri piccoli animali

Si cominci con l'illuderle che no, non solo non c'è nulla da temere, ma che va tutto bene, e tutto andrà meglio. Sempre meglio, e non c'è neanche molto da aspettare.
Fatele appoggiare a voi, convincetele che non hanno più bisogno di pensare e di costruirsi da sé la propria vita, perché tanto ci siete voi, che siete tutto l'orizzonte di cui hanno bisogno, l'abbraccio caldo e avvolgente e infinito, la sicurezza, la certezza e il futuro e tutto quello che può venir loro in mente.
A questo punto, quando cammineranno coi vostri passi, spezzate loro le gambe e lasciatele lì. Togliete loro tutto in un istante e osservatele da presso mentre non ricordano più cosa significhi rimettersi in piedi. Osservate lo smarrimento e il terrore e la sensazione di aver perduto per sempre la capacità di credere alle persone, e pensate che è tutto merito vostro.
Ora fatelo, purché non lo facciate per pura stupida e arrogante crudeltà; fatelo perché succede di farlo, nell'arco di una vita o anche in molto meno, e sappiate che non è inutile. Non per lei, che poverina non ha bisogno della sofferenza, ma per voi. Serve a voi farle del male; e soprattutto tener sempre a mente che lo avete fatto, perché la coscienza del male commesso è utile, e anzi è la base di tutto un vivere civile.
Si fa un gran cianciare di perdono, ma voi non avete il diritto di perdonarvi: avete solo il diritto di sapere ciò che avete fatto e riflettere, e modellare il vostro comportamento sui danni e le tristezze che vi siete lasciati attorno.
Non c'è nulla come il ricordo del male fatto per spingere al bene gli uomini.

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06 maggio 2008

Il destino dei peccatori

Maledetti bastardi, maledetti bastardi. Hanno distrutto la mia città, maledetti bastardi. Maledetti bastardi, gli idraulici. E dannati noi.
Vivevo a Sapigna (LI); se il nome non vi dice nulla è perché la nostra pazzia e la giustizia l'hanno prima cancellata dalla faccia della terra, poi condannata all'oblio. Eppure era bella, Sapigna: c'era una terrazza che dominava la Val di Cornia, c'era un arco etrusco sotto cui passavano gli apetti con le bombole di gas da consegnare a quelli che vivevano soli, sui poggi appena fuori dall'abitato, e i nostri cani avevano tutti il cappello. Non si trovava un cane a Sapigna che non portasse cappello o berretto, mentre i gatti andavano a capo scoperto e camminavano discosti e scostanti sulle mura giallastre della città. Poi un giorno, dal nulla, sono arrivati gli idraulici e hanno cominciato a parlare di tubature e chiavi, in piazza; sulle prime li stavamo a sentire per curiosità, con un sorriso appena accennato, e li prendevamo in giro con gli occhi mentre continuavamo ad ascoltarli blaterare di vasche, di perdite e delle vie per la salvezza. Alla lunga però le loro chiacchiere si sono insinuate, liquide, fin dentro le nostre orecchie, e sono sgocciolate nel cervello dei sapignesi e vi hanno portato la discordia: ognuno ripeteva i discorsi che sentiva in piazza, ognuno si convinceva che gli idraulici portassero la verità. Ma la interpretava a modo suo, e sempre in maniera da cozzare con l'interpretazione e il pensiero del prossimo, anche quando il prossimo era più sacro del sacro: per una macchia di umidità sono venuti alle mani il padre e il figlio, nella nostra città maledetta, allora piena di cani col cappello. E Dio non ha perdonato questo scandalo.
Noi intanto, ciechi, ci eravamo affidati corpo e anima agli idraulici, che ci comandavano come signori e ci indicavano -maledetti, maledetti; maledetti loro, e dannati noi che abbiamo prestato fede alle loro eresie- come mostrare la nostra fede e rendere manifesta a Dio e agli uomini la nostra grandezza: sciami di tubi si affastellavano attraverso la città, si incrociavano, divenivano gomitoli, si intrecciavano e nascondevano il sole che non batteva più sugli apetti e non ne lucidava il ferro. Un giorno i cani, terrorizzati dal buio della mattina e dal rombo dell'acqua che ogni giorno veniva trascinata un po' più in là, iniziarono ad abbaiare tutti insieme, fin quasi a coprire il frastuono dei lavori. Gli idraulici ci ordinarono di lasciarli andare, e noi aprimmo le porte alla muta infernale che si disperse nelle campagne, zittendosi man mano che constatava la persistenza della luce solare al di fuori di Sapigna. Gli uomini che accolsero quei cani tolsero loro cappelli e berretti; quello fu l'inizio della sparizione di Sapigna. I gatti rimanevano ancora, ma non scendevano più dalla mura e non osavano mettere una sola zampa nel perimetro della nostra città. Se ne andarono in seguito, senza che noi li vedessimo partire.
Ben presto l'acqua fu pompata in ogni angolo della città, arrivò ovunque; vinse la natura e la corrente, e zampillò verso l'alto e risalì i pendii. Sapigna era buia e umida, ma noi godevamo dell'approvazione degli idraulici. I loro elogi crescevano via via che procedeva la costruzione dell'immensa fontana, al centro della città, in cui convergevano tutte le tubature, convogliando anche il rumore pauroso e crescente dell'acqua. Infine ci fummo quasi: c'interrompemmo quando ormai mancava un niente all'allaccio e all'innalzarsi di quel getto che avrebbe bagnato il sole. Placammo la nostra sete e festeggiamo la nostra impresa bevendo alcool, finché non cademmo ubriachi sotto la ragnatela nervosa di tubi, in attesa del nuovo giorno che avrebbe visto esplodere quel getto.
Ma Dio ci precedette. Fu lui a lasciar scorrere la sua acqua sulla nostra città, sia che piangesse per la nostra pazzia, sia che volesse lavare i nostri peccati; in ogni caso Sapigna si gonfiò per un breve momento, come volesse assorbire l'acqua e la rabbia divine, poi si piegò e si disfece. I contadini salirono all'alba sui loro poggi e videro scorrere via i nostri corpi ubriachi e folli, verso il mare o chissà dove. Quando l'acqua si fu ritirata, andarono e cancellarono il poco che restava della nostra città.
Non so quanti di noi si siano risvegliati come me, accarezzati e non uccisi dall'onda. Potrei giurare di aver incontrato un paio di sapignesi; ma non ne sono certo, perché sia io che loro abbiamo subito voltato gli occhi e abbassato lo sguardo, paurosi entrambi, chissà, di rivedere nel viso dell'altro il marchio vergognoso che ci illudevamo fosse stato lavato via.

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04 maggio 2008

Curiosità storiche

La ginocchiata sul muscolo della coscia, meglio nota come fagiolo, apparve -secondo un'interpretazione consolidata degli storici- nell'Alto Medioevo, all'interno della classe sacerdotale della popolazione baltica dei Borussi (o Prussi o Prussiani); utilizzata dapprima durante la liturgia dei sacrifici di bestiame minuto a Ristokallaste, dio dell'agilità e della pulizia, si diffuse ben presto al di fuori dell'ambito religioso, fino a diventare un segno distintivo della popolazione baltica nei rapporti con le altre tribù della zona e con i coloni slavi e tedeschi. E' curioso notare che, sempre tra i Borussi, nacque anche la variante del fagiolo detta vecchietta, mirante a far cedere le gambe di un malcapitato, colpendolo per gioco da dietro all'interno della giuntura del ginocchio; altri storici, sulla base della polacca Cronaca di Re Boleslao il Triste e delle sue infinite traversie culminate in una morte tragica ma ridicola mentre cacava su un lago ghiacciato che non resse purtroppo al calore delle sue regali feci, databile intorno all'anno Mille, e degli Annales de summe infantilibus fastidiosisque populis Samogitiae, redatti dal frate tedesco Wilprando due secoli dopo, reputano assai probabile che ancora i Borussi siano stati i precursori della costumanza di rispondere al proprio interlocutore ripetendo la domanda appena formulata da quest'ultimo, nonché di altre trovate del genere. Così ci descrive Wilprando l'incontro tra un Cavaliere Portaspada e un capovillaggio borusso.
Portaspada-Ave, o valoroso pagano.
Capovillaggio-Ave, o valoroso pagano.
PS-Ma io veramente porto a voi la verità della Sacra Chiesa Cattolica.
CV-Ma io veramente porto a voi la verità della Sacra Chiesa Cattolica.
PS-Cosa? Siete già convertiti? E ora con che pretesto vi ammazziamo?
CV-Cosa? Siete già convertiti? E ora con che pretesto vi ammazziamo?
PS (mangia la foglia)-Mh...
CV-Mh...
PS-Non si scherza con un rappresentante della maestà divina in terra: per chi osa, c'è l'inferno!
CV-Non si scherza con un rappresentante della maestà divina in terra: per chi osa, c'è l'inferno!
PS-Dai, su, cerchiamo di mostrarci maturi...
CV-Dai, su, cerchiamo di mostrarci maturi...
PS (esitante)-Culo.
CV-Culo.
PS-Se il re di Polonia e granduca di Lituania si deredipolonigranducadilituanizzasse, vi deredipolonigranducadilituanizzareste pure voi?
CV-Se il re di Polonia e granduca di Lituania si deredipolonigranducadilituanizzasse, vi deredipolonigranducadilituanizzareste pure voi?
PS-Di notte chiusi su in mansarda a far su erba fino all'alba.
CV-Di notte chiusi su in mansarda a far su erba fino all'alba.
PS-Mh...
CV-Mh...
PS-Sono un finocchio baltico e mi piace ciucciare le palle dei miei vicini di casa, al termine di una dura giornata di lavoro.
CV-Ah, l'hanno ammesso: i Portaspada sono finocchi! Avete sentito tutti?
IL VILLAGGIO (anche con lancio di palle di ghiaccio, torba e mattoni)-Gide via, finocchi! O froci! O zéngheri crucchi e terroni!
PS (fa per andarsene)-Domani torniamo con le catapulte.
CV-Ehi, Portaspada, torna qui: è finito il tempo del gioco, ed è il momento di pensare alla salvezza della nostra stirpe e della nostra anima.
PS-Oh, vedo che vi siete fatti assennati.
CV-Certo, siamo un popolo serio e rispettabile, noi Borussi. Anzi, nobile Portaspada, clacamandis sa Pitonis?
PS-Eh?
IL VILLAGGIO-Stocazzo!
PS-Molte catapulte.
In seguito, la simpatia dei Borussi procacciò loro lo sterminio totale.

***

Il cosiddetto atteggiamento gangsta è attestato per la prima volta in una tavoletta ritrovata presso l'antica città sumera di Eridu, nel sud della Mesopotamia, e risalente al 2600 a.C. circa. Essa fu dapprima studiata dal Mommsen, il quale -senza dubbio a causa del condizionamento culturale della sua epoca in cui il gangsta rap non era ancora sufficientemente affermato- definì il testo cuneiforme come "una disgustosa congerie di smargiassate da gaglioffi e di vanterie da birreria"; oggi invece gli studiosi sono giunti a rivalutarlo, vedendolo come un'evidenza dell'inoltrarsi del cammino della civiltà sumera verso la maturità e l'idiozia.
La tavoletta recita così (cerchiamo per quanto possiamo di renderne lo stile, benché la radicale differenza tra l'italiano e una lingua agglutinante, ed accattivante dal punto di vista del ritmo, quale il sumero, renda il compito improbo): yo yo, qui Eannatum da Eridu/ con la mia crew/ devastiamo da Lagash a Ur/ porto la canalizzazione/ nella tua nazione/ b., senti come suona l'inizio della civilizzazione/ le mie puttane/ sono sacre/ le tue greggi/ sono magre/ ti prendo il fieno, faccio razzia/ ogni ziggurat è casa mia/ e se ne ho voglia fondo un'altra dinastia/ ti punto alla gola un'arma di bronzo/ povero stronzo/ tu giochi col rame/ ma sei un salame/ ti fotto la troia e poi il reame/ cadi per terra/ i tuoi schiavi mi pimpano il carro da guerra/ Eannatum mc/ ensì/ sempre qui/ anche i semiti conoscono il mio steez... Alza le mani se sei della casta sacerdotale! Alza le mani se sei della casta sacerdotale...
Come si vede, si tratta di un documento imprescindibile per lo studio dell'umanità tutta e della sua consapevolezza; non solo di quella mediorientale.

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Nella prossima puntata: gli Ittiti e la scoperta della divagazione.

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30 aprile 2008

Vita di un piccione morto

Oggi ho visto un piccione morto. Era presso il gradino dell'ingresso di una casa, al bordo di una strada; e sollevava verso il gradino un'ala, come ad afferrarlo, come volesse issarsi su di esso con una mano che non possedeva.
Ho superato il corpo, poi sono tornato indietro per rivederlo. Mi sono piazzato ad una certa distanza e l'ho osservato per qualche secondo. Un solo occhio era visibile, perché il volatile giaceva su un fianco, ed era chiuso. Nonostante l'ala alzata, il piccione mostrava nella morte una calma imperturbabile che faceva pensare ad una sorta di composta maestà.
I piccioni sono animali strani e sembrano molto più intelligenti da morti.
Poi me ne sono andato; mentre mi allontanavo, ho sentito che si avvicinava una macchina, e mi sono girato a controllare istintivamente che le ruote non passassero sopra il piccolo cadavere. Ho visto con sollievo che l'hanno evitato; e mi sono sorpreso a desiderare la salvezza per un piccione morto. Non il ritorno in vita o altre assurdità del genere; non mi sono commosso per la sua sorte e non l'ho ritenuta ingiusta. Ho solo desiderato che le auto non lo schiacciassero e non lo disfacesse il tempo, e che il corpicino con l'aluccia alzata rimanesse lì, a manifestare l'ultimo impulso di vita o l'ultimo comando del cervello, o forse il sogno dell'uccello di essere di nuovo in volo e di aver sfuggito la morte.

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28 aprile 2008

Racconti vaghi e assolutamente privi di pathos-vol. I

Nella nostra piccola ma rispettabile cittadina, sita dove il fiume fa quel giro largo, ma comunque molto prima del mare, successe una volta (io ero presente e posso esserne fedele testimone) un fatto piuttosto grave, che fece delle vittime e terrorizzò e paralizzò tutti coloro che assistettero all'evento e anche coloro ai quali fu semplicemente riferito da amici o parenti o anche da Piero, il figlio della fioraia, che era lì con delle gerbere che doveva consegnare al macellaio; il quale, da parte sua, stava organizzando un rinfresco per l'inaugurazione di un nuovo punto vendita (in una posizione a mio modo di vedere infelice, sia per la vicinanza di un incrocio che rendeva impossibile il parcheggio ai clienti in auto e fastidioso il passeggio ai pedoni intossicati dallo smog, sia per l'elevato pendolarismo che caratterizza quella zone e che non favorisce un negozio delle caratteristiche di una macelleria).
Il fatto grave e tragico era anche doloso, in quanto organizzato da un tale che mi pare lavorasse per un'organizzazione criminale e che aveva tutto l'interesse a destabilizzare la città e il territorio. Questo delinquente fu affrontato in Piazza Mazzini, o Garibaldi, comunque una di quelle lì, non si scappa, da un tizio che invece veniva stipendiato o comunque lavorava per le forze del bene, dell'ordine, per la pace in terra; al termine dello scontro, che si concluse con la morte, la fuga, la cattura o la combustione spontanea del criminale (io stavo mangiando del croccante al cioccolato comprato ad una bancarella tenuta da uno di Ferrara coi capelli biondo rame, un grosso sorriso gioviale e un'andatura claudicante, che ovviamente non potevo notare all'atto dell'acquisto, ma che mi risultò poi evidente mentre lo osservavo dirigersi, vestito di un lungo pastrano verde e con degli strani stivaletti di gusto un po' anni Sessanta, ai gabinetti pubblici; in tutto questo lo scontro decisivo era ancora in corso, e questo spiega alcuni dei miei dubbi sul suo svolgimento. Peraltro, il venditore di dolci di Ferrara aveva tre figlie femmine, una delle quali -molto carina, con un naso appuntito e le sopracciglia fini ma folte e arcuate su un paio di gentili occhi verdi dallo sguardo deciso- lavorava con lui, mentre le altre due erano sposate e seguivano altre attività. Per una curiosa coincidenza, una di queste ultime, Maria, aveva come marito un mio amico d'infanzia trasferitosi ben presto dalla nostra città. Diedi dunque incarico al dolciaio di salutarmelo caramente), la città fu salva e tutti tirarono un grosso sospiro di sollievo.
Due giorni dopo arrivò il Circo di Foligno, con il divertente pagliaccio Cripta e una coppia di acrobate tagike bionde che fecero innamorare gran parte dei giovanotti della città, i quali le osservavano ammirati mentre eseguivano i loro difficili e rischiosi esercizi, in cui le centroasiatiche davano prova di grande armonia e bravura.

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21 aprile 2008

La primavera dell'amore

Torna la primavera, e con essa si riaffacciano alle nostre città gli apetti. Eccoli, garruli e ronzanti come nessuno: sono a cinque chilometri di distanza, arrancanti su una salitella di nessuna difficoltà per un dialitico in carrozzella, e già ci assordano col loro petare in tono acuto. Eppure li amiamo e ci riempiono di gioia, i nostri cari apetti carichi di rami, cravatte di seta, cadaveri e plastici scartati di immaginifici progetti per il Guggenheim di Bilbao. Arriveranno da noi esausti eppure ancora felici, con la metaforica lingua di fuori come altrettanti metaforici cani, e noi li ricopriremo di petali di rosa.
L'apetto è vita e giovinezza. L'apetto è la disarmante simpatia della sbandata in curva, della caduta nel fosso senza conseguenze gravi, della partenza alle tre del mattino, ubriachi di pessimo lambrusco (è antipatriottico ed è per l'appunto pessimo, ma costa poco), che spinge al risveglio e alla bestemmia dei pacifici abitanti della classicheggiante campagna marchigiana (dimentichi della loro gioventù apemunita; ma vanno scusati, si sono svegliati ora). L'apetto è armonia delle forme, è il ronzio che esce da un arco a tutto sesto, è il mezzo di trasporto più utilizzato nella Città Ideale, è il sorriso che ti giunge al viso quando li incontri una domenica pomeriggio che giri per strade verdi contornate di castelli e fattorie.
L'apetto, che di notte infastidisce i dormienti, di giorno getta nel panico gli automobilisti che lo seguono, perché ignora la linea retta e qualsivoglia stabilità; trasporta rena per scopi edilizi e ne farà cadere metà alla prima curva, decidendo l'infausto destino di quel pullman di pellegrini polacchi che procede dall'altra carreggiata e che suppone di dirigersi a Loreto. Sorella morte, fratello apetto, due volti dell'eterna commedia dell'esistenza, rappresentata ogni primavera in un angolo gradevole e se dio vuole soleggiato dell'Italia centrale (l'apetto, di passata, è per una socialdemocrazia sul modello scandinavo).

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17 aprile 2008

Lessico famigliare

-Caro?- disse la donna con tono angosciato, levando lo sguardo dal piatto di pasta che aveva appena toccato, -nostro figlio, non so come dire..., mi preoccupa.
-Che ha?- grugnì l'uomo ruotando gli occhi sotto le sopracciglia folte, ma senza sollevare granché il mento dal proprio piatto.
-Ha qualcosa che non va, temo.
L'uomo mosse le labbra come per dire qualcosa, poi, colto da un improvviso pensiero, si guardò intorno più volte, si pulì le labbra col tovagliolo e solo allora parlò:-E' frocio?
Disse questo con una voce appena percettibile.
-No, ma nella sua stanza ho trovato un manuale per fabbricare ordigni a partire dal fertilizzante, foto erotiche di canguri, un piano per rapire l'ambasciatore polacco e farlo combattere contro un pitbull, un pugno di ferro e una lettera di protesta a Italia 1 per la sospensione di Settimo Cielo.
-Ma non è frocio.
-E poi non va più a messa.
-Mh.
-Mi ascolti?
-Certo, hai detto che non è frocio. Se vogliamo occuparci delle sue priorità, badiamo a questo e lasciamogli vivere la sua vita; il resto sono ragazzate e passeranno.
-Ma caro...
-Ora lasciami mangiare.
-Ma il mitra?
-Gioventù, ma col tempo se ne guarisce. Passerà. Importante no frocio (masticando).
E per quella sera l'uomo, molto soddisfatto del buon pasto e delle parole tranquillizzanti della moglie, non lasciò più che pensieri molesti venissero a turbare la sua serenità famigliare.

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12 aprile 2008

Le giornate di uno scrutatore

Vado a fare il mio dovere per la nazione. Ma vi lascio questo regalino, nell'attesa del mio ritorno, che ho fatto io e dunque è carino. Se volete contestualizzare c'è anche questo.
Ciao.

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10 aprile 2008

C'era una volta, tanto tempo fa

C'era una volta... "Un re!", diranno i miei piccoli lettori. No, testoni: c'era una volta la marina jugoslava (Jugoslavenska mornarica). Tanto, tanto tempo fa, quando c'era ancora un buffo stato socialista con due alfabeti, tre religioni, quattro lingue e tutto il resto a crescere, c'erano anche delle navi lunghe e grigie ancorate in posti improbabili e fiabeschi come le Bocche di Cattaro. I marinai slavi dondolavano le loro lunghe gambe al di fuori degli scafi, mentre i cuochi di bordo affettavano siluri di cipolle e aggiungevano la carne macinata, e tutti erano passabilmente felici.
Un brutto giorno, però, la Jugoslavia si punse con un fuso e i rovi invasero i borghi e le città, cosicché la marina jugoslava non ebbe più porti in cui approdare. Essa dovette allontanarsi dai luoghi che le erano familiari e cominciò a girare il mondo, arrangiandosi per pagarsi le cipolle e la carne macinata. A Parigi, lavorò in un asilo e fece animazione per i più piccoli: i bambini toccavano la lamiera fredda e solitaria con un misto di paura ed attrazione, ritraevano le loro bianche manine francesi di burro e crema di latte, poi tornavano di nuovo ad accarezzare quel gelo che li affascinava; il marinaio Dušan Musić ricreava con abili mosse delle sue mani magre, tendendo e piegando dei palloncini, gli animali consueti che circondavano la sua casa di bambino a Nikšić o quelli sorprendenti che aveva visto un giorno allo zoo di Belgrado. A Dublino, la marina jugoslava suonò l'organetto per le strade, avendo letto in una novella di Joyce che si poteva, ma non riscosse il successo che sperava. A Catania, giocò nella locale squadra di pallanuoto e le fece vincere il campionato, poi se ne dovette andare per problemi di tesseramento. A Salvador de Bahia, cercò l'anima slava perduta nei fianchi generosi di una lavandaia negra.
Dopo di allora, cessano le notizie certe e imperano le dicerie e i pettegolezzi: ho sentito che è finita ad Amburgo, dove gestisce un chiosco di cibi balcanici su di un molo secondario, ma chi può dire quanto ci sia di vero in questa storia? Io credo che continui ancora a girare il mondo, in attesa che i rovi si ritirino e che si possa tornare a casa; se la incontrate, ditele che quel giorno verrà e ci ritroveremo tutti con le gambe a mollo nelle acque gelide di Cattaro.

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07 aprile 2008

Onnò! Un altro dannatissimo fantasy!

Potrei dire che riappaio solo ora perché, semplicemente, ho trascorso due settimane in un luogo privo di connessione alla rete; ma siccome in fondo mi risultate simpatici, vi narrerò quel che davvero mi è successo.
Ero lì, intento alle consuete pulizie di primavera (nello specifico mi ero infilato entrambe le dita indici nel naso, e attendevo ulteriori ispirazioni divine), quando mi è sembrato di veder balenare, nella fessura in fondo al vecchio armadio smaltato dei miei avi, una lampo di luce azzurra. Levate dalle froge le mie lunghe e eleganti falangi, le ho adoprate per aprire le ante, incuriosito: e mi sono trovato dinanzi un nitore abbagliante proveniente, contro ogni logica, dal fondo di buon legno del mobile stesso. Mi sono dunque fatto avanti per toccarlo e chiarire il mistero, mentre con l'altro braccio mi proteggevo gli occhi dalla luce: ma invece di trovare il fondo, vi sono caduto dentro, con quella sensazione inverosimile che si prova nei sogni quando si cade a capofitto nel vuoto, pur essendo in tutta evidenza sdraiati sul proprio materasso di casa.
La caduta è stata breve e priva di conseguenze, quasi una semplice capriola al di là del muro; mi sono trovato sdraiato su della morbida erba di un verde lucentissimo, con indosso un paltò anch'esso verde (recante sul bavero una spilla dell'esercito popolare jugoslavo) che avevo guadagnato nel passaggio per l'armadio. Ma la cosa più sorprendente di tutte, più ancora degli alamari di corno che serravano il paltò, erano le creature che zampettavano sul prato a poca distanza da me: munite di zoccoli e muso caprino, esse nondimeno procedevano erette nei loro grandi balzi, e soprattutto presentavano braccia e mani umane, nelle quali stringevano mestoli, cucchiai di legno, ramajoli e forchettoni; inoltre, il petto di queste strambe creature era fasciato da grembiuli e parnanze, mentre il capo degli esemplari più grandi e dominanti era sormontato da bianchi cappelli da chef.
-Sono le Capre Gastronome della Valle di Fersgrava, disse una voce alla mia sinistra.
-Chi ha parlato?, domandai, prima ancora di volgere la testa. Poi effettivamente la volsi, perché in fondo sono educato.
-Sono l'elfo Biondiccio, Camerlengo di Re Fastidio, sovrano di questa terra; e tu devi essere il suo nuovo scrivano.
-No, negai decisamente, e intanto presi ad esaminare il mio curioso interlocutore: questi era alto circa un metro e venti centimetri, ed assomigliava sostanzialmente ad un essere umano, non fosse stato per le otto bucce di banana, agganciate alla testa mediante spille da balia, che gli pendevano sul volto.
-Ma non sei tu ad essere caduto nell'armadio?, fece lui, mentre i lembi delle bucce si piegavano a mo' di punto interrogativo.
-Sì, sono io.
Sul suo volto apparve un'espressione di trionfo. Sorridendo a tutta bocca, affermò:-Allora sei davvero tu lo scrivano. Cadendo nell'armadio hai accettato i termini del contratto, e così dicendo mi sventolò davanti un foglio di carta giallastro e finto antico. Si trattava evidentemente del mio contratto, trascritto in bella grafia in un alfabeto a me sconosciuto. In basso a destra, al posto della firma o del timbro, campeggiava una grossa impronta di cane.
-E ora vieni con me, disse l'elfo, indicando con le bucce una direzione ben precisa.
-Dove andiamo?
-Al palazzo di Re Fastidio!
-Ma andremo a piedi?
-No... Immagina il tuo cavallo!
Dette queste enigmatiche parole, l'elfo si concentrò per un istante; dopodiché comparve sotto di lui un meraviglioso stallone dal pelo lucido e scurissimo. Io provai a seguire il suo esempio, e mi trovai a montare in rapida successione un orso, una zucchina, un grosso cane bianco e nero che mi fece molto ridere. Giunto al rinoceronte, risolsi di potermi accontentare. Partimmo dunque per il viaggio alla volta di Re Fastidio; intanto le Capre si accalcavano intorno ad un grande pentolone, tra belati di approvazione e scontri a mestolate per il controllo della dispensa.

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20 marzo 2008

Primi sintomi della lusofonia

Un uomo è sul treno che ha appena passato Spoleto, e sta pensando ad altro o non sta pensando affatto, quando d'improvviso lo prende una malinconia nuova e dolcissima e l'uomo non pensa più a nient'altro che a sedersi in riva all'Oceano, aspettando che ritornino i galeoni e le ragusee dalle vele maestose.
A quel punto l'uomo toglie gli occhiali e porta una mano al petto, proprio dove sente quel magone morbido che gli inumidisce appena gli occhi e l'anima, e si domanda con sgomento che cosa stia succedendo. Ma non è niente di grave: sta solo diventando lusofono.
Ogni anno, milioni di uomini in tutto il mondo diventano lusofoni: un sorriso mesto e persistente caratterizza queste persone, e una tristezza che non ha paura di brutte sorprese, perché il lusofono sa che l'Oceano resta lì, imperturbabile, e finché c'è l'oceano non c'è da aver paura. Il lusofono conduce la stessa vita degli altri; la sua lusofonia non gli impedisce di vivere, morire, lavorare e amare, ma il lusofono fa tutto questo con più gentilezza e rassegnazione. Il lusofono è un uomo o una donna come tutti, sereno di fronte al suo piatto di pesce, mentre modula piano delle note melancoliche. Non c'è da temere queste persone e la loro malattia: il lusofono è tutt'altro che aggressivo, è mansueto ed educato, saluta, affabile e distante, le persone che gli stanno intorno, poi si ritira nel proprio mondo.
L'uomo che vedete là, seduto con le spalle alla folla come se fosse solo al mondo, con un'ombra di sorriso sul viso serio ed assorto, non sta male e non ha pensieri tristi: ha solo nostalgia delle colonie, e il Mozambico verde che non ha mai visto gli fa increspare la fronte.

(vagamente collegato a questo qui)

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17 marzo 2008

Istruzioni per morire

Prima di tutto si deve apprestare un letto comodo e ben rifatto, depositare il gatto fuori dalla porta, staccare tutte le sveglie di casa, dimenticare di essere interessati alle cose che ancora non si sanno e che potrebbero magari trovarsi sui libri, oppure per strada o nella valle tra i seni di una donna, infine chiudere le finestre e gli scuri della propria camera; quindi bisogna sdraiarsi sul letto con grande dignità e pensare intensamente che si è nel mezzo di un bellissimo prato delle Alpi svizzere, il tepore è gradevole ma non eccessivo e non ci sono assolutamente marmotte.
Quando vi verranno a chiamare dicendo che manca loro il decimo per il calcetto, dite loro che state morendo. Se vi chiedono cos'avete, non date altre informazioni, perché avete già detto il necessario. Insisteranno, diranno che non si riesce mai a trovare un decimo e loro non sono mai morti quando eravate voi a cercarli; ma non lasciatevi commuovere e morite sereni e irremovibili. Stringete le vostre dita sul petto e fissate un punto qualsiasi della stanza inondata dal buio, e soprattutto tenete sempre a mente che non c'è nessuna marmotta. Nel modo più assoluto.
Sarete così pronti a passare a miglior vita, mentre fuori dalle finestre serrate il sole giallo e la giornata splendida spingeranno delle voci a maledirvi per averle lasciate in nove. Ma voi state già morendo, e sorridete di questa consapevolezza priva di ombre e di marmotte.

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14 marzo 2008

Bambini viziati

E' il compleanno del bambino grasso che tira su col naso e i genitori gli hanno regalato il Belgio. Le nonne battono le mani e gli altri bambini sono rimasti a bocca aperta, ma il bambino grasso continua a tirare sul col naso e non sorride. Lancia in giro degli sguardi a metà tra la iena e il piccione, impauriti ma arroganti, e incombe sul Belgio con le mani sporche di torta. I genitori hanno una faccia ebete e buona che riassume il loro animo buono ed ebete.
Al bambino il Belgio non piace, ma è suo e non vuole che gli altri bambini infilino le loro dita curiose nelle miniere esauste della Vallonia, sporcandosi appena le unghie di carbone. Così decide di fingere interesse, percorre con le mani grassocce il campo di battaglia di Kortrijk, pizzica con l'indice il centravanti dell'Anderlecht che stava per incornare un cross dalla sinistra e lo spinge via, è così frenetico nel suo reclamare il possesso di quelle pianure nebbiose che si scorda di tirare su col naso: un moccolo giallo cola sulla grigia fortezza di Mechelen. Il bimbo tocca tutto e non gli piace nulla.
Qualche mese dopo, con la scusa che si è rotta Anversa, il bambino butterà il Belgio nella spazzatura.

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