Que è tutto sto verde? Niente, è la campagna, è la campagna che gocciola dell'ultima pioggia, attesa, rinfrescante e benedetta; sono gli alberi che salutano la primavera con le loro sfumature più vivaci, d'una tinta che presto smetteranno; è verde il canto degli uccelli, è verde anche il treno che taglia i boschi e i campi. Que è tutto sto blé? Soltanto il cielo che la pioggia ha ripulito, un cielo che scende liquido sulla terra, e si insinua nelle finestre aperte, entra nelle mura dei borghi appisolati sulle colline, si infila fin dentro i tuoi occhi, pallido e celeste, mentre sei sul treno verde e leggi un libro nero. Que è tutto sto bianco? La tua carne, le tue cosce chiare; le cosce senza colore che sembrano riempirsi di luce, della luce bianca che entra dai finestrini. Ma non è così: è la tua carne che è chiara, carne bianca di slava, gote rosse di marchigiana, dovresti avere un velo in testa come tua nonna che va al campo e alla messa, invece sei sul treno verde e leggi il libro nero. La stazione è rossa, chi ti vede ha pensieri caldi, gialli e arancioni, e non vorrebbe dover scendere; e mentre scende gli scalini grigi pensa a te, a te fatta di bianco, che sei rimasta sul tuo treno verde e leggi un libro nero.
azie a quella audace manovra l'esercito del polemarco batté e mise in fuga i nemici; e un gruppo di etairoi tra i più zelanti si organizzò subito per braccare e raggiungere i fuggiaschi, non appena fosse spuntato il giorno e coi cavalli riposati. C'era in quell'esercito un uomo di nome Creonte, che aveva i capelli fulvi ricci ed era per questo ben visibile in mezzo alla cavalleria tessale. Creonte si portò con valore nella battaglia e fu tra i primi a sfondare il fronte nemico al guado del fiume; quando tuttavia lo scontro era alla fine ed i persiani non badavano ad altro che a mettersi in salvo, piombò in mezzo alla cavalleria un messaggero tutto impolverato e chiese a gran voce del rosso, nel mentre cercava di rendere presentabili a forza di manate i propri vestiti. Gli domandarono chi fosse il rosso, e lui specificò che si trattava di Creonte, e che lui veniva dallo stesso villaggio del rosso, cioè Creonte, e che con quest'ultimo doveva assolutamente conferire. I cavalieri tessali lo scortarono dunque da Creonte, non perché ci fossero dei pericoli, ma più che altro per sapere dal messo che novità ci fossero in Focide. Il messaggero rispose allora che non succedeva niente di che, un po' come al solito, però c'era un orso che da un po' di tempo terrorizzava le case isolate, penetrava all'interno dei capanni e dei pollai e rubava bestie e uova. Un cavaliere originario di Tespia disse allora che anche dalle sue parti c'era un orso simile, poi avevano scoperto che era soltanto un tale coi piedi piatti e una pelliccia nera che non aveva più voglia di lavorare per mangiare e si era inventato quella curiosa pantomima. Se ne erano accorti, continuò il Tespiano, perché quell'orso a volte non resisteva all'impulso di mettere in ordine i suoi stessi danni e richiudeva gli orci che aveva violato. Inoltre gli orsi, fu ricordato, non bevono vino. Erano ormai giunti davanti a Clearco, che espelleva dal naso muco impolverato per le tante cariche della giornata e lo contemplava a lungo, perciò la scorta tessale salutò il messaggero e si ritirò verso le tende; ma prima uno dei soldati, un tale magro di Delfi con gli occhi insolitamente piccoli, consegnò al polveroso viandante una statuetta dorata, con preghiera di recapitarla alla figlia di Filosseno, il sarto che sta sulla strada per Tebe. A quel punto Clearco notò il messaggero e smise di soffiare via polvere e muco, chiedendo invece al nuovo arrivato se non fosse per caso Teodulo, il figlio di Crisogono. Teodulo confermò la propria identità, e disse che stato inviato lì dalle preghiere disperate di Apollonia, la moglie di Clearco, che gli domandava mille dracme d'argento per rimettere a posto la casa ormai cadente e, visto che si presentava l'occasione, comperare le vigne del vecchio Pseace che non aveva più la forza di coltivarle e le cedeva a buon prezzo. Clearco a quel punto si inalberò, e chiese che fine avesse fatto la parte di paga che lui inviava regolarmente a casa, e se per caso non avessero preso l'abitudine di gettare il suo denaro nel Cefiso o nei profondi crepacci che contornano il Parnaso. Il messaggero disse che no, che il denaro del valoroso Clearco era impegnato nel mantenimento decoroso della famiglia e dei figli, senza indulgere ad alcun lusso, e che Apollonia era vista in tutta la vallata come un esempio di virtù e modestia; soltanto che non funzionava più come ai tempi di Esiodo, che bastava un po' di formaggio, due olive ed erano tutti felici, adesso i figli, le case, tutto costava caro. Clearco domandò a Teodulo, ancora sporco di terra che non voleva volar via, perché avessero scelto proprio lui per quell'ambasceria. Il messaggero chiese a sua volta se aveva presente Cleomastia, la sorella di Apollonia; al sospiro eloquente del soldato, Teodulo chiarì di essere il fresco fidanzato della ragazza, e che gli avevano concesso di sposarla se avesse portato a termine con successo la missione. Clearco commentò allora che si trattava di un ricatto bello e buono, e che lui in ogni caso non portava la lancia e lo scudo per pagare le vigne del vecchio Pseace, che oltretutto erano poste su terra acquosa e che non avrebbero mai prodotto vino decente, ma solo e soltanto per la gloria degli antenati e degli Elleni. Teodulo lo invitò a riconsiderare la sua intransigenza e quasi lo pregò di non costringerlo a compiere a ritroso quel polveroso viaggio, con il pensiero e la certezza, oltretutto, di dover rinunciare alla giovane e deliziosa Cleomastia, simile per grazia ad una dea delle sorgenti. Clearco rimase in silenzio a meditare. La mattina seguente, mentre i raggi del primo sole faticavano ancora a bucare la coltre della notte, Teodulo si mise in marcia per la Focide con cinquecentocinquanta dracme, alcune stoviglie raggranellate alla presa di Sardi e la precisa disposizione di opporsi in ogni modo all'acquisto di quelle vigne maledette, consentendo tuttavia ad un affitto di un paio d'anni che avrebbe definitivamente chiarito perfino alla stupidità delle donne l'impossibilità di trarre qualcosa di buono da quel pantano. Clearco, nella sua tenda, tirava sul volto il proprio mantello e decideva di dormire ancora un po'. Preceduto dalle rapidissime schiere della cavalleria lanciata in cerca delle salmerie nemiche, sul far del giorno l'esercito greco si mise in marcia lungo il corso del fiu
È nato, non atteso, quando mi sono trasferito all'estero. Io ero lì che cercavo di spiegare un concetto complesso a questi barbari e lui è intervenuto così, senza neanche avvertirmi, coi suoi termini infantili e la semplicità banale della sua sintassi. Per fortuna che qui sono gente ingenua e di buon cuore, lontana un milione di chilometri dalla furbizia maligna di noi latini: hanno sorriso e hanno rivolto i loro sguardi chiari verso di me, verso il frugoletto che mi si era arrampicato in collo. Mio figlio, la lingua straniera. Da allora non mi ha più lasciato, e io mi sono anche affezionato a lui. È cresciuto, si è fatto un pochino più acuto, scandisce meglio le parole e ha smesso di balbettare. Non che sia diventato un grande oratore o abbia acquistato anche solo una risposta mediamente pronta: ma insomma, sarà che a forza di star qui sono cambiato anche io, fa tenerezza anche a me. Ha qualcosa di me alla sua età e perfino, questo è strano, qualcosa di me adesso. Ho scoperto che gli piacciono molto le donne: non so se è normale, alla sua età, ma mi capita spesso di osservarlo mentre si avvicina (dopo lunga indecisione, le mani nervose a giocherellare col boccale di birra; vien davvero voglia di abbracciarlo) ad una ragazza, riversandole addosso, con la voce più profonda che possiede, le quattro assurdità che conosce del mondo e della vita. Non so se è normale che mio figlio ricerchi una tale compagnia. Forse no, tuttavia la cosa non mi stupisce granché; mi sorprende molto di più, e non riesco a celare a me stesso l'orgoglio paterno - ingiustificato - che mi riempie, quando la ragazza prescelta gli sorride, gli parla come se fosse uno grande, a volte gli prende la mano e lo porta via con sé. Io non intervengo, in quei casi. Mi fa comodo lasciarlo fare, in fondo, se non altro perché non sempre c'è bisogno di parlare, e quando si sta zitti il piccolo svanisce.
Ci sente davvero bene, dopo aver votato Partito Democratico. Vi giuro che non l'avrei mai presentito, eppure è così: sarà la elle del segretario, sarà la primavera, sarà la pleonastica constatazione che nulla d'altro può venir ragionevolmente votato. Vi invito dunque a fare come me e a provare anche voi la rinfrescante sensazione di sana banalità che sto vivendo io in questo momento. A breve nuovi post su cerbiatti canterini, seggiole, mondi, camionisti mossi al delitto da motivi indicibili, e tutte le altre cazzate che vergo di solito.
Di come una battaglia romano-barbarica m'insegnò a volerti bene
Amore mio, io non ti amo. Non ti amo più, e mi sfugge il motivo per cui una persona sana di mente dovrebbe amarti, o anche solo stimarti, o anche solo guardarti con rispetto, o anche solo passare ed allontanarsi senza romperti un bastone sulla schiena. Io non provo più nulla per te, se non fastidio. Sono stanco di te, consunto dalla tua blaterante presenza, distrutto dai tuoi tic, squagliato e dissolto dalla tua sempre nuova banalità. Eppure sono qui da te, e ti chiedo - con dignità, senza storie, ché abbiamo un'età, poi mi fa male la testa a sentire le tue urla troppo acute - ti chiedo di riprendermi con te, di passare assieme questa vita, di sposarci o quel che è. Senza sorprese, senza fuochi d'artificio, anche senza grossa stima, tutto quel che vuoi, ma non è che si incontrino tante persone stimabili al giorno d'oggi. Tu pensavi di costituire un'eccezione? Ma fammi il piacere, amore mio, non renderti ulteriormente ridicola. Non ho più forze, amore mio, la mia forza si è liquefatta nelle rincorse, nei litigi, nei compromessi, nei tentativi, nelle fughe. Non ho forza, non ho voglia, e se tu mi lasciassi non reagirei: resterei semplicemente su questo divano, in paziente attesa che la sua pelle incorpori la mia. Mi pare che sia lo storico Giordane (ma non ne sono certo; forse me l'ha detto una volta il macellaio sotto casa) a sostenere che, giorni e giorni dopo la battaglia, gli spettri dei caduti ai Campi Catalaunici continuassero a combattersi senza posa, tanta era la foga, l'ambizione, il coraggio, l'odio e il timore che i loro corpi morti avevano incamerato; io oggi sono così, come un Goto Occidentale, e il nostro amore è morto - d'una morte mediamente gloriosa, va detto, morto al suo posto tra i ranghi, senza fuggire. Eppure il suo spettro continua a venire da te, perché ci siamo amati molto. Ora che non c'è più nulla, ora che non ho altri sentimenti che la spossatezza, prendimi con te e non parliamo più: vegliamo in silenzio questo amore morto a cui eravamo tanto affezionati.
Domani, verso il primo pomeriggio, faccio il mio esordio su Cabaret Bisanzio, con un post che voi lettori abituali conoscete già. Questo qui che vado a linkare, per essere precisi. Mi pare una cosa carina e la pubblicizzo. Poi ne scriverò altri, credo, ma la cosa non andrà a detrimento di questo posto celeste.
...la conferenza stava anche andando bene, anzi, andava benissimo e il pubblico, intervenuto numeroso, ascoltava con attenzione e partecipava con domande ficcanti e puntuali; in particolare è stato a lungo applaudito l'intervento del Prof. Kikiriki dell'Università di Spalato, il quale ha rimarcato l'importanza della memoria storica nella definizione della nostra identità e del nostro stesso agire presente e ha affermato che tra ricordarsi le cose e dimenticarle, è meglio ricordarsele: ad esempio, salendo su un tram, è bene sapere dove si sta andando e scendere quindi alla fermata coerente, invece di lasciarsi prendere dall'agitazione perché non si ha idea di dove si è diretti, e dunque avvicinarsi con nervosismo alle porte e scendere quando il tram non è ancora del tutto fermo, poi mettere magari il piede in fallo e cadere rovinosamente sulla schiena, per ricordarsi solo allora della propria destinazione e presentarsi là pesti e stracciati, con la camicia lacera e sporca di sangue. A quel punto la parola è passata allo stimato Prof. Erdnuss dell'Ateneo di Jena, che doveva presentare una dissertazione tratta dal libro che sta per dare alle stampe, opera ambiziosa e monumentale che avrà come titolo Stagioni e memoria nella costruzione della tradizione popolare. In effetti, il Prof. Erdnuss ha analizzato la questione con maestria e perfetta padronanza della piuttosto infida lingua italiana, colorando la sua narrazione con esempi vividi e calzanti, tratti soprattutto dal mondo contadino, in cui il passare del tempo - ciclico e apparentemente immobile - era scandito da un ripetersi di eventi naturali che alla lunga finivano per identificarsi e sostituire il tempo stesso: si aveva allora il tempo della semina, il tempo delle gelate, o anche quello dell'apparizione delle rondini o della fioritura degli alberi selvatici. È interessante soprattutto notare, ha continuato Erdnuss mentre l'uditorio seguiva in religioso silenzio, che molte di queste associazioni tra natura e tempo sono passate anche alla nostra civiltà ormai compattamente urbana: adesso che siamo in maggio, ad esempio, ci sarà sicuramente qualcuno che si riferirà a quella che sta per iniziare come alla stagione dei canguri, quella in cui le serate tiepide e gradevoli sono allietate dalle lucine fioche che si muovono tra gli alberi. Eppure, ha concluso Erdnuss, è ben difficile osservare in città lo spettacolo dei canguri, emarginati e sterminati dall'espansione degli edifici e dall'inquinamento. A questo punto il pubblico ha cominciato a chiedere spiegazioni, domandando allo storico se per caso non si riferisse alle lucciole. Altri davano per scontato, dando di gomito ai vicini, che si trattasse di uno spassoso errore di traduzione dall'originale tedesco. Il professore di Jena ha allora domandato perdono per la sua insufficiente conoscenza dell'italiano e si è fatto spiegare cosa fossero queste "lucciole"; ricevuta una breve e sommaria descrizione, lo storico ha scosso la testa ed ha respinto con vigore come insensata e risibile l'idea di un insetto fatto per metà di luce che, non si sa per quale motivo, si aggirerebbe per le campagne, forse - ha ipotizzato - per illuminare la via ai contadini privi di servizi igienici in casa. Erdnuss ha invece ribadito che nei boschi della Turingia in cui è cresciuto, come d'altronde in tutti quelli dei climi temperati europei, vivono dei grossi canguri muniti di caschi da minatore, che passano il mese di giugno a ricercare ad ampi balzi le provviste che poi consumeranno per il resto dell'anno nel segreto delle loro inaccessibili tane. È stato allora che il pubblico ha iniziato a rumoreggiare; la conferenza si è dunque risolta in un tremendo fiasco e in un confronto quasi fisico tra il possente luminare tedesco e i suoi contestatori, tanto che gli organizzatori sono stati costretti a invocare l'intervento delle forze dell'ordine che hanno sgomberato il teatro con una certa difficoltà. Mentre ancora dentro infuriavano i disordini, un vecchietto tutto grigio commentava quasi con vergogna, all'orecchio della nuora che neanche ascoltava, che lui però se li ricordava bene, quand'era partigiano, i momenti di terrore vissuti quando in mezzo ad un bosco lo investiva una lucina, e lui pensava ad una pattuglia di fascisti e spianava lo Sten; per scoprire poi con sollievo che erano solo dei grossi e timidi canguri, i quali tornavano ai loro nascondigli con delle grosse ceste appese ai corti braccetti, come i canguri fanno ogni giugno da sempre. Ed era bello vedere qualcosa che si manteneva uguale e pacifico, e la guerra lontana da quei canguri.
-Commissario, io mi proclamo innocente. -Del tutto innocente, commissario. -No, non nego nulla; devo forse negare la mia passione? Io vivo per essa, come potrei negare la mia stessa vita? Nego però che vi sia un reato, nego di aver commesso qualcosa di sbagliato. -Può una passione essere reato, commissario? Io lo faccio perché mi piace, o forse perché ne ho bisogno. -Non li considero solamente oggetti, commissario, tutt'altro. Proprio per questo, perché per me sono molto più che oggetti, posso dire di amarli. -L'amore è tante cose, commissario. L'amore agisce in tanti modi. Credo tuttavia che si tratti di un discorso troppo complesso per questa sede, e comunque fuori luogo. -Non li lecco, commissario, li guardo soltanto. Li raccolgo e li guardo. -Le giuro che non lecco nulla, commissario. -Se mi tocco mentre li guardo? Un po' mi tocco, commissario, a volte mi tocco. Può capitare che mi gratti la testa perché ho delle perplessità, ad esempio, oppure che mi accarezzi una parte del corpo che mi duole o ne massaggi una stanca. -Ebbene sì, mi tocco, commissario, come vuole lei. -Quanti ne ho raccolti? Tanti, tanti, tanti. Non li conto più. Eppure per me ognuno è unico, glielo assicuro. -Si trovano, commissario. Si trova tutto, quando lo si vuole davvero. -Ci sono dei circoli, dei gruppi, ci sono persone che si riuniscono e si aiutano in nome di una comune passione. A me pare molto bello, anzi. -Mi scusi, commissario, ma io la vedo in questa maniera. -Quando ne trovo di nuovi li guardo con attenzione, sfiorandoli appena per non rovinarli, e resto delle ore così, rigirandoli con delicatezza e osservandone ogni dettaglio. Poi quando non ne ho più voglia, o ho altro da fare, li metto via. -Sì, quelli sono i miei raccoglitori, certo che li riconosco. -Lo capisco benissimo e accetto la mia sorte, commissario. Ma non rinnego nulla. -Ho dedicato la mia vita a ciò che soltanto mi dà piacere, commissario, per questo non posso e non voglio rinnegare nulla. -L'amore non ha limiti, commissario, l'amore non ha altra etica che quella del piacere. -Lei fa il suo lavoro. La capisco benissimo, non le rimprovero nulla. -Neanche a me stesso, commissario. Neanche a me stesso.
Il filatelico fu impiccato all'alba, il suo cadavere gettato in una fossa comune. I numerosi raccoglitori sequestrati vennero distrutti, per non alimentare la curiosità morbosa del pubblico.
Ah, che gioia, vedere udire lucertole guizzare rapidissime nei prati condominiali, gettarsi vili nei loro buchi profondissimi, strettissimi, a misura di lucertola nessun naso di cane - attributi del naso di cane: nero, bagnato - entrerà mai in quei buchi pure proveremo per l'eternità, o non saremmo cani per l'eternità il muso mugghierà nel buco all'altra estremità del cane la coda segnerà il tempo: qui, là, qui, là, qui, là, qui, là, qui, là, qui, là qui là per l'eternità in attesa che escano dal buco vili, le lucertole
bello, il sole il sole è giallo e richiama alla vita le lucertole il sole è rosso e asciuga la pioggia al cane non piace la pioggia al cane piace il sole
dove il sole non arriva restano le pozzanghere dove il sole non arriva la terra è scura e pesante - attributi della terra scura e pesante: faticosa, divertente - il cane balza e zompa di pozza in pozza, di guazza in guazza il cane puzza puzza di cane felice
che gioia anche vedere un gatto adorabile, desiderabile gatto - attributi del gatto desiderabile: inerme, vicino - che noia invece il gatto, animale detestabilissimo - attributi del gatto detestabile: lontano, al sicuro - ho in uggia i gatti il gatto ghigna cattivo gatto
il gatto è cattivo perché sta zitto e non mi piace i bambini sono cattivi perché strillano e strillano e non mi piace il cane apprezza la misura il cane è contro gli eccessi
il cane è eccessivo eccessivamente vivo corre corre corre perché il prato ha tante buche, e ogni buca è una lucertola o un topo o un ghiro o un coniglio o un gatto o mille altre cose buone da mangiare o più probabilmente nel buco non c'è nulla ma secondo il cane sì il cane ci crede sempre allora corre
poi è stanco e dorme il cane dorme sulla poltrona ed è tutto tondo cane tondo in strada passano i camion cane tondo non sente i camion cane dorme un sonno tondo.
Era un maggio così allegro e luminoso, sull'Adriatico, che neanche gli albergatori riuscivano a fingere la loro usuale faccia corrucciata e a dichiararsi preoccupati del calo degli arrivi o di qualche altra contingenza: in effetti, c'era ben poco di cui lamentarsi, perché i campeggi erano pieni e le pensioni straboccavano, e anche gli agriturismi e gli alberghi dell'interno non avevano un solo posto libero. Quel che maggiormente stupiva era che la quasi totalità di questa anomala ondata di entusiasmo era dovuta ad un ritorno in massa dei tedeschi, dopo decenni in cui la principale occupazione degli albergatori e dei ristoratori era stata quella di estorcer loro denaro per servizi discutibili, mentre da parte loro i bagnini e i semplici aborigeni non cessavano di molestare le figlie e le mogli dei turisti teutonici ciondolanti in sandali per la riviera o addormentati e arrossati sotto gli ombrelloni. L'assemblea degli operatori del settore volle vedere in questa invasione un riconoscimento della propria grande e tradizionale ospitalità e dell'elevato livello dei servizi offerti; poi tutti si misero a ridere e tornarono a discutere seriamente. Ad ogni modo, qualunque fosse la ragione di ciò, tutti gli indigeni che ne avevano qualche tornaconto si fregavano le mani vedendo le proprie città ripiene di teste bionde, come krapfen all'albicocca; la maggiorparte della popolazione era invece sostanzialmente neutra e non aveva opinioni al proposito. Solo qualche vecchio rimbambito scuoteva il capo e alzava il bastone, mormorando assurdità cui nessuno faceva caso. Una mattina tutto cambiò. Numerosi ufficiali dell'Esercito Italiano e delle varie forze dell'ordine responsabili delle piazze adriatiche si svegliarono in qualche stanza d'albergo, legati ed imbavagliati, e si rammaricarono troppo tardi di non saper distinguere una sedicente sciampista di Hannover da una sottotenente della Bundeswehr; in perfetto coordinamento d'azione, da ogni campeggio della costa sciamarono truppe speciali equipaggiate di tutto punto, con anfibi d'ordinanza al posto dei soliti Birkenstock; un'enorme tenda, che aveva suscitato l'ammirazione dei locali quando era stata montata, risultò celare addirittura un Leopard di ultima generazione che, mentre ancora albeggiava, prese possesso del municipio di Caorle. Grado e Lignano caddero nelle prime ore della mattinata, Portogruaro le seguì di poco, mentre più a sud Senigallia e Fano - placide e indifese - non furono in grado di opporre alcuna resistenza e issarono ben presto il tricolore di Francoforte. Le caserme di Rimini erano in mano alle finte turiste già dalla notte, mentre una comitiva di anziani norimberghesi scesi da un charter con dei buffi cappelli prese possesso con fredda efficienza dell'aeroporto cittadino; l'enorme e orribile grattacielo della stazione venne demolito da un attacco aereo e smise per sempre di costituire un pericolo per l'avanzata tedesca e per l'armonia del paesaggio urbano. Quando spuntarono dei pezzi di artiglieria dal castello di Miramare e dalle alture circostanti, anche Trieste si arrese e tornò così alla sua funzione storica di baluardo germanico sull'Adriatico Orientale. Alle tre del pomeriggio di quel sabato di maggio solo Ancona e Venezia si mantenevano fedeli al governo italiano, oltre ovviamente a Ferrara, Rovigo e Ravenna, la cui intangibilità era garantita dal clima malsano e dalle paludi che già avevano protetto gli ultimi ridotti bizantini dalla conquista longobarda, molti secoli prima. Pesaro aveva innalzato bandiera bianca dopo brevi scaramucce tra i capannoni della zona industriale; le truppe tedesche, certi indossando ancora le simpatiche t-shirt comperate nei giorni precedenti per non destare sospetti negli italiani, entrarono in città dalla pregevole pista ciclabile che corre verso Fano. Venezia, senza più difese proprie, senza più navi, senza più un arsenale, volle comunque provare a organizzare una resistenza, ma fu piegata dalla barbara minaccia degli invasori, pronti - così dissero essi stessi - a piantare picchetti da tenda nei marmi e negli stucchi dei palazzi veneti. La capitolazione fu dunque inevitabile. Intanto, la Repubblica Italiana sollevò con procedura d'urgenza la questione di fronte al Consiglio di Sicurezza dell'ONU; l'ambasciatore russo, sul cui sostegno si confidava grandemente, affermò tuttavia di non vedere niente di censurabile nella condotta della Repubblica Federale di Germania, poi chiese all'ambasciatrice dell'Eritrea se le andava di fare un giro sulla sua nuova Porsche e si allontanò fischiettando dal Palazzo di Vetro. Nel frattempo l'ambasciatore degli Stati Uniti cercava N'djamena su una cartina delle Marche da colorare, perché gli sembrava giusto documentarsi sulla questione dibattuta. Mentre falliva ogni sforzo diplomatico, la situazione per il governo italiano si aggravava anche dal punto di vista militare. Pullman di pensionati amburghesi terrorizzavano ogni angolo della pianura friulana e stringevano sempre più l'assedio a Udine; per la prima volta dalla sua troppo tardiva costruzione, Palmanova si trovò a verificare la bontà della sua pianta stellata, certificata da numerosi assalti falliti; soltanto l'impiego dell'aviazione, che non poteva essere d'altronde previsto da nessun ingegnere militare della Serenissima Signoria, poté piegare quella munitissima fortezza. Investito il Friuli, la poderosa macchina militare germanica mosse verso il trevigiano alla conquista di vigne da utilizzare per il triste e infame compito di servire le fabbriche di Prosecco in lattina. Le ronde cittadine di Conegliano si fecero coraggiosamente incontro ai Teutoni avanzanti, ma dodici camicie verdi non sopravvissero al tentativo di guardare nella canna dei propri fucili per vedere se erano carichi, mentre gli altri furono rotti in fuga dalla soverchiante macchina bellica nemica. Un monumento nella pineta di Follonica ricorda tuttora il maldestro sacrificio dei dodici eroi, ed è in produzione una fiction sulle loro gesta. Ancona restava invece protetta dalla sua natura capricciosa, da quei saliscendi continui, che estenuavano i piedi dei tedeschi e i loro calzini bianchi, e dall'angustia delle vie d'accesso alla città. Passarono così diversi giorni, con gli anconetani che resistevano coraggiosamente alla potenza germanica, come già fecero dinanzi alla protervia del Barbarossa, e attendevano - come allora - soccorsi dalla fiera e bellicosa Romagna. Ma la Romagna era domata, e le piadine giacevano a terra insanguinate. Quando poi giunse notizia che le case coloniche dell'entroterra ristrutturate da tedeschi e gli agriturismi che ne ospitavano in gran numero si erano trasformati in altrettanti fortini e casematte, gli anconetani uscirono a negoziare la resa, ottenendo in cambio lo status di capitale del neo costituito Land che riebbe l'antico nome di Marken. Esso fu completato nei giorni seguenti, quando le truppe che avevano attaccato Ancona furono disponibili per l'assalto all'orgogliosa Ascoli: come altre volte nella sua storia più lunga di quella di Roma, il capoluogo piceno si preparò a sostenere un assedio, e un nugolo di olive fritte volò dai bastioni ad accogliere il nemico, come ventuno secoli prima volavano le ghiande di piombo contro i Latini oppressori d'Italia. Il valore dei Piceni, tuttavia, non poteva bastare, e ben presto il confine federale raggiunse de facto le rive del Tronto. Da Pescara giunse allora l'avviso che i tedeschi non avrebbero potuto prendere la città, perché "Nu semm li chiù frign" e non è notoriamente possibile ad alcun umano battere i pescaresi. Il comando della Bundeswehr prese atto del comunicato, precisò comunque di non avere interesse a ulteriori allargamenti territoriali, si tolse gli stivali e tornò - stavolta da padroni, e guai a chi infastidisce le nostre figlie - a sdraiarsi sulle spiagge appena pacificate. Il territorio conquistato fu diviso nei tre Länder di Freie Adriastadt Triest, Friaul und Venedig e le già citate Marken (cui furono aggregati la provincia di Rimini e il cesenate, facendo finalmente contenti quei traditori della Valmarecchia). Lo Stato italiano non fu assolutamente in grado di reagire e dovette accettare la mutilazione territoriale, mentre le popolazioni occupate si dovettero rassegnare al dominio tedesco. Ancora oggi la costa adriatica, ben governata ed amministrata, in pieno decollo economico e caratterizzata da una civiltà nei rapporti umani e da un rispetto della cosa pubblica mai registrati prima, langue e geme sotto il tallone straniero.
La morte, parlandone in generale, è un evento fastidioso. Essa presenta tuttavia l'innegabile vantaggio che poi, una volta morti, è fatta: un istante dopo il proprio decesso (utilizziamo la parola "istante" in mancanza di termini più precisi, perché non di un lasso di tempo, per quanto ridotto, si tratta) l'anima è libera di presentarsi all'Onnipotente e di godere della sua luce, oppure di farsi suppliziare da demoni specializzati e assolutamente professionali, o anche di morire e basta, sparire, perdersi nell'atmosfera, annullarsi di persona in attesa che l'implosione dell'universo annulli tutto il creato. Questo, ovviamente, a seconda delle convinzioni di ognuno e del poter vantare o meno lettere di referenze da parte di prelati cattolici. La morte in mare rappresenta un'eccezione a questa regola. L'anima dei morti, impregnata d'acqua, fatica ad uscire alla superficie e a raggiungere il suo destino: si rende bene l'idea affermando che l'anima del deceduto boccheggia, nuota con difficoltà e solo con grandi sforzi riesce a raggiungere il cielo; qui, di norma, si ferma un attimo ad asciugare, a riposarsi e a guardare per l'ultima volta - con l'assoluta indifferenza che è tipica di chi ormai non ha preoccupazioni di sorta - il luogo della propria vita e della propria morte. Quando poi c'è mare grosso, e specialmente se i corpi sono imprigionati in navi che affondano, chiusi dentro porte malauguratamente stagne e pressati da masse d'acqua ignare di ogni misericordia, l'anima ha un bell'affannarsi nella fuga: non c'è nulla da fare, anch'essa è condannata a scendere verso gli abissi con il proprio e gli altrui cadaveri. A quelle profondità, la risalita diviene definitivamente impossibile. Nei giorni e nei mesi che seguono, l'anima si aggira, agitata, dentro e intorno al relitto; prova a nuotare verso l'alto, ma desiste presto; perde infine ogni speranza e si limita ad avvicinarsi sempre più al proprio corpo in disfacimento, nuotandogli intorno in strette volute, oppure vegliandolo seduta su un cannone o su un pezzo superstite del parapetto. Col tempo, tuttavia, le cose cambiano, e anche le anime dimenticano tante cose. Se si potesse visitare ad esempio quel che resta della Szent Istvan (o un'altra delle tante navi che riposano nel ventre dell'Adriatico stretto e tormentato) si troverebbe che le anime dei marinai non si aggirano più, gelose, intorno ai corpi che le ospitavano, corpi di cui, peraltro, sono rimasti solo gli scheletri, senza che resti di norma alcuna traccia delle eleganti divise della Marina Imperial-regia; adesso le anime vagano solitarie per le lamiere arrossite, oppure nuotano tutte assieme, diafane, come un banco di meduse. Non si spingono più verso la superficie e non cercano di reclamare il proprio corpo; si limitano ad attendere un giorno a venire, quando ogni anima sarà tratta dagli abissi più profondi e riunita ai rispettivi scheletri bianchi. A questi ultimi verrà allora restituita la carne, adesso usurpata dalla fame dei pesci, cui d'altronde risulta al momento più utile.
Anche quella sera pioveva, come pioveva ormai da milioni di anni. Di nuovo gli toccava stare in casa; di nuovo niente aperitivo con gli amici ai tavolini davanti al baretto, di nuovo niente gita fuori porta, di nuovo osservare l'acqua che scendeva inarrestabile e monotona, e null'altro da fare. Sì, dicano pure che l'acqua è necessaria alla vita, parlino del periodo delle grandi piogge come di quello che getterà le basi per la fioritura a venire di tutti gli organismi viventi: è tutto vero, chi può negarlo?, ma intanto lui è ancora costretto a rincasare umido e di pessimo umore e a passare la serata incollato alle finestre che piangono a rivoli e a torrenti. Accese la tv e guardò distrattamente le previsioni del tempo: ovviamente promettevano nient'altro che pioggia, pioggia su Modena, la sua città (che all'epoca nessuno chiamava ancora così), pioggia sull'Italia (anch'essa all'epoca priva di nome), pioggia sul mondo. Gli esperti annunciarono che c'era in ogni caso speranza che le cose migliorassero; era anzi inevitabile che arrivasse prima o poi un fine settimana assolato, che si potesse di nuovo osservare lo spettacolo della terra che si asciuga, che di nuovo tornassero a svolgersi i campionati interrotti ormai da tempo immemorabile. Prima o poi, dicevano gli scienziati con l'aria di chi sa con certezza il cosa, anche se ignora il quando, prima o poi gli oceani si sarebbero colmati, prima o poi la terra ribollente di lava si sarebbe totalmente raffreddata. La tv disse che restava una macchia surriscaldata e inospitale alla vita dalle parti di Vercelli. Si era comunque fiduciosi che si trattasse di una questione di giorni, o di milioni di anni, perché anche quella macchia si riducesse alla ragione e il pianeta fosse dichiarato infine asciutto e vivibile. L'uomo volle fidarsi, non avendo di meglio da fare; aprì uno sportello e ne cavò fuori un paio di scarpe assolutamente nuovissime, poi chiamò i suoi amici per vedere chi era disponibile ad una partitella di calcio, magari per la settimana successiva.
(ho scritto anche questo, che prima o poi ripubblicherò anche qui, se non per altro per divertirmi a incasinare le chiavi di ricerca)
Gli hanno detto: scrivi di ciò che sai, non inventarti nulla. Io so le province della Lombardia, e se mi dite così non aggiungo Legnano. Gli fanno: scrivi di sesso, ché il sesso tira sempre. Allora c'è Bergamo, c'è Bergamo rude, ha un corpo forte e bozzuto, i suoi muscoli sono le sue montagne, i fiumi stretti tra le vallate sono vene blu che guizzano sulle braccia potenti; ma Bergamo rivela una delicatezza che i nostri pregiudizi non gli attribuirebbero, si china gentile e bacia il corpo di Mantova, un corpo vasto, odoroso, umido e saporito, e lo bacia giù giù fino a raggiungere il boschetto di pioppi che Mantova - pochi lo sanno - nasconde tra le cosce bianche. Ci si perderebbe, in quel boschetto, nel boschetto che ha tutti gli odori e i sapori. Gli consigliano: mettici qualche critica ai politici, strumentalizza lo scontro per vendere meglio, polarizza la società tra chi ti legge perché condivide le tue idee e chi compra i tuoi scritti per sapere cosa odiare. A me non piace Crispi; trovo che la Destra Storica avesse meglio interpretato i bisogni della Nazione. Adesso posso tornare a parlare delle province lombarde? L'argomento mi appassiona. Gli suggeriscono: infiltrati in un ambiente, elogia una cricca, diventa organico ad un qualche potere, per marginale che sia, e ricevine vantaggi. Pronto, è l'Arcicaccia di Ferrara? Volevo dirvi che secondo me state facendo un bel lavoro, e ho sedici racconti sui cinghiali degli argini da donare al vostro giornalino. In cambio potrei avere un biglietto per la Giacomense, o sono troppo sfacciato?
Ciononostante, benché lui segua scrupolosamente tutte le istruzioni che gli danno (certamente per il suo bene), continuano a rifiutargli i racconti, e le segretarie lo guardano male, le volte che si presenta alla casa editrice a consegnare personalmente i suoi manoscritti. Lo odiano anche i correttori di bozze, così, probabilmente per contatto con le segretarie, anche se fa pochissimi errori. Forse lo odiano perché la crisi è colpa sua, almeno nella visione ristretta di un correttore di bozze.
È un esordio fulminante, quello di Piero Van Dijk, giovane artista che porta una ventata d'aria fresca nello stantio mondo dell'arte italiana, sia quella mainstream e à la page del gran mondo sia quella che si reputa alternativa ma che da troppo tempo non partorisce nulla di davvero dicotomico rispetto alla dittatura della maggioranza e del suo gusto. È una sfida stimolante, quella di Piero Van Dijk, che dice "Sì, si può", ma non con l'aria buonista o obamiana di chi sfrutta una illusoria libertà lasciata cadere come un contentino dall'establishment (octroyée, si sarebbe detto ai tempi di Julien Sorel, lui sì un giovane ribelle che non aveva bisogno di concessioni), bensì con la consapevolezza clashiana che se pensarlo è possibile, farlo è rivoluzionario; e che questo vecchio mondo ha bisogno di guerriglieri e di artisti, meglio se delle due cose insieme. È un lampo abbacinante, quello di Piero Van Dijk, che squarcia la nube bassa e claustrofobica dell'arte e dello spettacolo italici, uccisi non dalla morte della riduzione dei finanziamenti pubblici, ma dalle guardie bigotte incarnate da chi non ha saputo far fruttare e indirizzare le risorse esistenti. C'è uno yemenita col turbante, alla mostra di Piero Van Dijk, che si domanda come diavolo sia finito lì, lui che voleva vedere la fontana di Trevi (con tutto che la mostra non è neanche a Roma). Lasciamo allora che a parlare sia chi ha davvero qualcosa da dire, e premiamolo con la partecipazione, perché l'arte è prima di tutto democrazia popolare: l'imperdibile debutto di Piero Van Dijk, Stronzi lanciati sugli specchi dell'ingresso, è alla Galleria delle Esposizioni di Terni fino al 29 aprile (se venite dall'autostrada, alla terza pressa girate a destra).
La complessa architettura di un campo di provincia
Se si potesse scavare sotto gli spogliatoi dello stadio Ezio Scida di Crotone, si troverebbe uno stanzino angusto, immerso nella terra nera e umida, grande poco più del corpo di un uomo. Questa stanza, che non appare nel progetto originale e di cui nessuno conosce l'esistenza e l'ubicazione, è posta diversi metri al di sotto del livello del prato verde e non è raggiungibile in nessun modo, perché non ci sono scale o altri passaggi che la colleghino agli spogliatoi. La stanza è sepolta nella terra che la circonda da tutti i lati. Paradossalmente, se qualcuno fosse al corrente della sua esistenza, dovrebbe necessariamente negarne la possibilità. Eppure lo stanzino c'è, e dentro lo stanzino c'è un uomo. L'uomo è chiuso nella stanzucola poco più vasta del suo corpo; ma per lui quello spazio potrebbe essere enorme, perché non è la ristrettezza del luogo a impedirgli di muoversi. L'uomo non parla, non sente rumori, non percepisce odori e non è neanche in grado di aprire la bocca e tirar fuori la lingua come una sentinella solitaria; l'uomo sa di avere un corpo non perché l'abbia mai visto o toccato, lo sa e basta. Allo stesso modo, l'uomo sa di essere nella stanza sotto lo stadio Ezio Scida di Crotone, non perché ce l'abbia messo qualcuno o perché ricordi il momento in cui per qualche circostanza vi è stato rinchiuso, ma solo ed esclusivamente perché lo sa. L'uomo il cui corpo non può muoversi riconosce con esattezza il momento in cui, al di sopra di lui e incuranti della sua presenza, picchiettano i tacchetti sulle piastrelle degli spogliatoi, come un temporale estivo dalla larghe gocce su un terreno durissimo per la lunga sete. Il Crotone fa il suo ingresso in campo tra gli applausi, ed è come se l'uomo sotterrato e muto li sentisse tutti scoppiare in petto; costui proverebbe qualcosa di simile ad una vivissima angoscia non priva di sorpresa, se solo fosse in grado di provare una qualsiasi sensazione. Se qualcuno lo vedesse, penserebbe che quell'uomo è morto, o quantomeno che si tratta di un vegetale senza consapevolezza di sé. L'uomo, da parte sua, si domanda spesso quale sia la propria condizione: se stia dormendo o sognando, se esista sul serio lo stanzino in cui sa di essere rinchiuso, o se invece è davvero morto e tutto quello che immagina è finzione ostinata del suo cuore che non vuol saperne di smettere di battere. Di certo, non è vero che l'uomo non ha consapevolezza, giacché invece pensa in continuazione, costruisce castelli e porta il mare (che non è distante dallo stadio) nel buio e nel chiuso dello stanzino; e a volte crede perfino di chiudere gli occhi, perché ha immaginato troppo forte il sole e ne è rimasto abbagliato. Quando si convince di essere deceduto, l'uomo si chiede se davvero la morte è uno sgabuzzino stretto sotto allo stadio Ezio Scida, o se piuttosto ci sia molto altro, che ora purtroppo gli sfugge. O non c'è niente, e di nuovo la sua mente lo inganna e cerca di tranquillizzarlo. Le volte in cui, invece, si ritiene vivo, l'uomo comprende che quello stanzino buio e senza uscite non è di fatto il problema, perché la sua unica prigione è il suo corpo che lo schernisce, quel corpo morto - lui sì - che rifiuta di muoversi. Quando capisce questo l'uomo vorrebbe piangere, e più ancora vorrebbe morire. Morire gli sembra anzi l'unico modo di giocare quel corpo che lo odia, quella maledizione che sogna di cancellare. Solo allora realizza che morire vorrebbe dire anche lasciare la stanza nascosta sotto l'Ezio Scida, dimenticare per sempre il crepitio dei tacchetti e il saltellare compatto dei tifosi che rimbombano nel suo petto, anche se non può sentirne il rumore. L'uomo non conosce altre emozioni; per questa ragione, perfino l'ipotesi di rinunciare a tanto poco - se solo fosse possibile - gli provocherebbe un brivido.
In tutta la mia vita, solo una volta sono stato a Viterbo: era l'inizio del 2005, il tempo era pessimo e io ho visto gli alieni e Centofanti. Ma partiamo dall'inizio. All'epoca vivevo a Roma e avevo tutte le domeniche libere, perché i miei parenti erano molto lontani e mi risultava difficile, o impossibile, presentarmi da loro alle una e venti reclamando la mia porzione di vincesgrassi. Per questa ragione restavo a Roma e facevo il meno possibile per tutta la giornata: perché se non potevo avere i miei vincesgrassi, mi sembrava giusto non sprecare le calorie che non ricevevo. E mi pare che fin qui il discorso fili. Una domenica però giocava l'Ancona a Viterbo, nel quadro del girone B della serie C2. Il termine "girone", devo dire, è quantomai azzeccato, perché se ti tocca andare a vedere uno spettacolo simile è segno che in vita hai fatto qualcosa di male. Ad ogni modo, anche se neanche lì mi avrebbero dato un piatto di pasta fresca, decisi di recarmi a Viterbo a vedere la partita. Sul treno, credo di aver passato il tempo a leggere o a guardare l'osceno panorama del Lazio settentrionale; di sicuro ho ignorato i diavoletti che in queste circostanze si accalcano a punzecchiare i tifosi delle squadre di C2 (si tratta di diavoletti metaforici, sia ben chiaro. Ché non si dica che sono pazzo). Giunto a Viterbo, ho mangiato un pezzo di pizza all'unto di altre pizze e mi sono diretto con calma verso il campo sportivo. Ero arrivato all'altezza di un parco pubblico, piuttosto ampio e gradevole, quando mi hanno fermato gli alieni. Erano piccoli, vestiti con tute aderenti gialle da cui uscivano teste e mani color verde acqua, non avevano capelli e svolazzavano a un metro da terra. Per passare inosservati, ognuno di essi portava stretta al minuscolo collo una sciarpa della Viterbese. Io, vedendoli avvicinarsi, sperai che non volessero attaccar briga per la mia sciarpa biancorossa, poiché picchiarsi per una partita di calcio è un atto decisamente stupido e ingiustificabile; e farlo con degli alieni toglie anche il gusto del campanilismo. Ma non era di calcio che volevano parlare. Il primo alieno mi arrivò infatti, svolazzando, a trenta centimetri dal viso e mi chiese bruscamente: "Hai presente S*?". Ce l'avevo presente sì, e che la fama del suo culo fosse arrivata agli estremi confini della Via Lattea era una notizia che non mi stupiva più di tanto. L'alieno continuò informandomi che non dovevo toccarla, quella ragazza, e che non dovevo nemmeno pensare di provarci. Io protestai a lungo e veementemente, ricavandone solo minacce. Forse ad un certo punto alzammo anche la voce; dico questo in quanto la folla che si dirigeva allo stadio fissava infastidita il nostro capannello. Alla fine, rattristato ma persuaso della necessità di non fare un torto agli alieni, chiesi perché fossero venuti fin sul mio pianeta, fino a Viterbo, con l'unico apparente intento di censurare il mio interesse per l'altro sesso. "Perché sul nostro pianeta il tuo sperma provoca sommovimenti politici e siamo in campagna elettorale", mi rispose con franchezza uno degli omuncoli volanti. "Se non scopi fino all'estate ti mandiamo un ciauscolo di Alpha Centauri". Promisi, anche se del ciauscolo mi fregava ben poco. Ma la paura era tanta, e io in fondo sono un vigliacco con i più verdi. Gli alieni allora sparirono, sempre minacciandomi con le dita e facendo gestacci inequivocabili. Rimasi un po' lì, nei pressi dello stadio, e incrociai Felice Centofanti (all'epoca dirigente dell'Ancona Calcio); fui felice per quest'incontro inaspettato e lo salutai con parole affettuose. "f(x) = x6/5 + 4x4/5 - 7x/5 - 2 = 1/5 (x+5)(x+1)(x-2)", rispose lui, giacché Centofanti si esprime solo attraverso funzioni di polinomi complessi. Poi entrai allo stadio; per la cronaca, la partita andò male. Tornato a Roma, ho incontrato la ragazza che non potevo toccare e non l'ho toccata, né quel giorno né mai. Le elezioni degli alieni si sono svolte correttamente e le ha vinte il Partito dei Piccoli Proprietari Terrieri. Peraltro, non mi hanno mai spedito niente, o forse le poste hanno perduto il pacchetto.
nota: uno degli incontri descritti in questo raccontino potrebbe anche essere frutto esclusivo della fantasia del narratore. Potrebbe.
Il Mistero della Merda a Palazzo (Duftkrieg und Literatur)
C'era una volta, tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, un Re che viveva nella sua corte insieme ai camerlenghi, ai conestabili, ai buffoni, ai principali vassalli e a tutto quel personale necessario affinché un organismo complesso come una corte vada avanti ben funzionante e gradevole come un orologio svizzero. Ci rendiamo conto che un simile esordio potrebbe spingere il lettore a collocare questo racconto nella dimensione del fiabesco e dell'inverosimile, ma protestiamo a gran voce l'autenticità e, lo vedremo tra poco, la drammatica serietà delle vicende che narriamo. Per dimostrare d'altra parte la veridicità di questo racconto ci conviene farla breve e fare direttamente la parola agli sfortunati protagonisti della storia. "Maestà", disse dunque un giorno di tanto tempo fa, in quel paese lontano lontano, il Gran Camerlengo attorniato dai camerlenghi minori, dai conestabili, dai vassalli, dai buffoni e da tutto il personale di corte, "mi pare di avvertire un deciso puzzo di merda". Così dicendo, il Gran Camerlengo arricciò il lungo naso aristocratico. Il Re assunse allora un'espressione grave e decisa e domandò ai suoi notabili di chi fosse la colpa di quella puzza di merda. I notabili assunsero a loro volta un'espressione grave, ma più pensosa, e dichiararono recisamente di non avere risposte certe ad una tale questione. Se la corte vagava nel dubbio, però, il fetore era ben reale, e non era in alcun modo reso più leggero dall'afa di quei giorni: si era d'estate, e i cattivi odori assediavano da ogni lato la cittadella dei potenti. Il sovrano fece allora sgomberare il lussuoso palazzo, con le sue cantine e le sue dépendance, a favore di un altro palazzo altrettanto fastoso, fornito di altre cantine e di altre dépendance. Una volta completato il trasferimento, tuttavia, ci si accorse con terrore che anche la puzza aveva seguito la corte. A quel punto il monarca si arrabbiò moltissimo e decretò che se lui doveva puzzare, allora tutto il regno sarebbe vissuto nel tanfo più pestilenziale, e che dunque le fogne reali sarebbero state chiuse fino a che non venisse risolto il Mistero della Merda a Palazzo. Il reame navigava già da tre giorni nella merda, a seguito di tali disposizioni, quando giunse a corte, come ogni settimana, il fanciullo incaricato di lustrare gli stivali del Re con le sue rapide ed efficienti manine. Il Re si sottomise a quell'incombenza come ad un impegno impossibile da rifiutare, ma la situazione era tale che nulla poteva distrarre l'animo nobile dal sovrano dall'imbarazzo e dal fastidio di quel prolungato fetore. Ma quell'intreccio stava per risolversi in maniera del tutto inaspettata. Non appena ebbe avvicinato le sue piccole esperte mani ai morbidi stivali di squisita fattura, il bambino esclamò infatti a gran voce: "Maestà, siete voi a puzzare di merda". Ed era vero: sotto gli stivali reali c'era infatti una cacata di enormi dimensioni, ricordo di una qualche visita alle scuderie, che né i camerlenghi, né i conestabili, vassalli, buffoni e funzionari vari avevano saputo individuare e rimuovere. A questo punto dobbiamo ripeterci: questa narrazione non è favolistica, né appartiene al benemerito genere dei raccontini morali. Prova ne sia che il fanciullo fu frustato a sangue per lesa maestà, e solo la generosità del monarca salvò quel maleducato dal patibolo. Ad ogni modo, bruciati gli stivali e rimossa la ragione del tanfo, il re poté di nuovo respirare. Si provvide anche, espletate le necessarie pratiche, a far riaprire le fognature dei quartieri popolari. Qualche giorno dopo, nonostante tanta sollecitudine, nelle plaghe più sporche e povere del reame si iniziò a mormorare di un'epidemia di colera.
Era una giornata umida e verdescura, uno di quei giorni in cui il sole resta a dormire fino a tardi, e lascia che la bruma padana si impadronisca di quel centro Italia che non normalmente non le apparterrebbe (anche se la provincia di Arezzo è una parte di Toscana poco classica e inattesa, più da cinghiali che da umanisti). Erano quasi le undici della mattina, anche se sarebbe potuto trattarsi di qualsiasi altro orario del giorno, e dal cielo bianco sembrava piovigginare latte, andandosi a rifrangere sui vetri dell'Intercity 585, partito da Milano e diretto a Napoli Centrale. Erano quasi le undici, si diceva, e la voce dell'altoparlante irruppe negli scompartimenti annunciando che si era in arrivo alla stazione di Arezzo. Alcuni passeggeri si alzarono, acciuffarono i propri bagagli e si diressero verso le uscita; ma li fermò la stessa voce che li aveva fatti muovere, dando loro una terribile notizia nella lingua franca dei nostri tempi. "We are no arriving in Arezzo station". A quel punto, comprensibilmente, un moto di angoscia si impadronì di quelle persone che erano nella migliore disposizione d'animo, convinte di esser giunte a casa con trascurabile ritardo, e tutti si chiesero quale sarebbe stato invece il proprio destino; dato che no sarebbero arrivate alla stazione di Arezzo. Il macchinista, ad ogni buon conto, frenò e fermò il lungo serpentone in mezzo alla campagna. Ben presto si formò un assembramento e iniziarono le discussioni. Il capotreno, di fronte ai passeggeri attoniti, volle giustificarsi dicendo di aver semplicemente dimenticato una "w" e di non aver coscientemente deciso di cancellare la stazione di Arezzo. Restava il fatto che a quel punto, se le parole dell'autorità hanno ancora un senso e se ancora di autorità si può parlare nel nostro disgraziato paese, l'Intercity 585 doveva ignorare Arezzo. Ma come? Tornare indietro, non se ne parlava neanche, perché altri treni incombevano sulla linea; scambi e altri binari non ce n'erano, dunque l'intercity era intrappolato tra il suo passato recente e il proprio mutato destino. Il macchinista, uomo d'altri tempi, propose allora di abolire gli aretini, non potendo abolire Arezzo, e di fucilare dunque i possessori di biglietto per quella città. Tuttavia, gli fecero notare, anche tralasciando la mancanza di armi, con quel massacro non si sarebbe impedito ad altri di salire, ciò che avrebbe vanificato il tutto. Fu allora che un passeggero, sceso dal treno sull'erba fradicia per prender parte a tutto quel confabulare, alzò lo sguardo ai selvosi dintorni ed ebbe un'idea: quella di camuffare il treno con frasche. Tutti accolsero con favore quella proposta e si misero all'opera con zelo. I bambini raccolsero fiorellini ed erbetta per aiutare anch'essi la mimetizzazione. Una mezz'ora più tardi il verde treno invisibile ignorò la stazione di Arezzo, pur passandoci in mezzo. Questo causò in seguito il proliferare di leggende sul treno scomparso misteriosamente e diede adito anche ad una puntata speciale di Voyager, in cui si cercò di dimostrare che su quel treno viaggiava tra gli altri Ettore Majorana e che questi recava nella propria valigetta il Sacro Graal. Ovviamente queste sono solo fandonie. L'Intercity 585 recuperò strada facendo parte del suo ritardo ed arrivò a Napoli con sufficiente puntualità. Tutte le fermate intermedie vennero annunciate nella sola lingua italiana e scrupolosamente osservate.
Il trasporto aereo di scimmie ha una storia lunga e ingiustamente misconosciuta. Si può dire anzi che esso sia nato con l'aviazione stessa; perché sta da sempre fra i sogni più nobili dell'umanità quello di vedere un macaco dal culo blu a seimila metri di altitudine. Già Leonardo, così ci dicono gli storici dell'arte dopo aver bevuto qualche birra in un locale a Montelupone (MC), poneva degli scimmiotti sulle ali dei suoi arditissimi alianti. E anzi non è inesatto sostenere che l'idea del volo è inseparabile dal concetto di scimmia. Oggi si dedicano alla movimentazione atmosferica di scimmie numerose linee aeree di tutto il mondo. Queste coraggiose e benemerite imprese, guidate di solito da uomini d'affari coi baffi e con una moglie di qualche anno più giovane, mettono alla portata di tutti i primati superiori, senza le usuali discriminazioni a favore degli esseri umani, numerosissime destinazioni per tutti i gusti. La scimmia che lo desideri può oggi viaggiare su comodi aviogetti alla volta di Tallinn, per dire, perla del Baltico e città totalmente priva di leopardi e di altre consimili minacce. Il problema, semmai, è che le scimmie non sembrano di norma avvertire l'impulso di recarsi all'aeroporto e tantomeno quello di salire su un apparecchio. Quelle pochissime che salgono su una bicicletta rubata ad un domatore, a un naturalista o a un professore di Agraria a Camerino (MC), e arrivano così ad uno scalo, non si interessano affatto dei depliant che vengono loro offerti dal cortese personale di terra. Al limite si calzano in testa il cappello di un pilota, mettono in mostra la potente dentatura e se ne vanno com'erano giunte, rubando un'altra bicicletta. Per risolvere il problema della scarsità di passeggeri-scimmia, le compagnie aeree hanno rimesso in auge l'antico metodo adottato con successo, in passato, dai bandeirantes lusitani: si organizzano dunque spedizioni nel folto della foresta per catturare scimmie da caricare a forza sugli aerei. Le scimmie così ottenute vengono munite di carta d'imbarco, poi sottoposte alle formalità aeroportuali. Poche ore dopo, al termine di un gradevole volo allietato da cocktail alla banana, le scimmie narcotizzate in Amazzonia si ritroveranno così nel mezzo di un freddo mattino vallone, livido di nebbia e triste di Belgio, appena fuori dello scalo di Charleroi. La crisi del trasporto aereo in seguito all'11 settembre e all'esplosione delle compagnie low cost, le difficoltà nel sostenere i costi dello spostamento di animali che non sono assolutamente in grado di pagare i biglietti e, infine, la difficile congiuntura economica di questi mesi minacciano tuttavia di chiudere per sempre l'era gloriosa del trasporto di scimmie sugli aeroplani. I governi nazionali, sensibilizzati dai parlamentari più attenti, promettono comunque che non assisteranno senza intervenire all'agonia di un pezzo importante dell'economia globale.
Non è per caso che ci si ritrova ai Laghi Masuri, non è per caso che non si ha più nulla da dire. Ai Laghi Masuri si può dire soltanto: bianco, nero, e Paul von Hindenburg, ma parlare di Hindenburg di questi tempi è malvisto dal grosso dell'opinione pubblica e dalla Società delle Nazioni. Dunque l'uomo civilizzato e progredito che ha desiderato ardentemente di sparire, perché le cose si sono fatte troppo numerose e complicate, perché il suo petto ha qualcosa che non va e continua a bruciare e a far male, quell'uomo si ritrova ai Laghi Masuri e là scopre che è tutto nero e bianco; il nero è morto e bagnato, il bianco dorme ed è neve. La scelta migliore, in questi casi, è il bianco: purtuttavia quell'uomo non tarderà a scoprire che la neve non spegne, la neve attutisce e copre, ma il fuoco in petto rimane. Però si sopporta meglio. (Il nero spegne, invece, ma la scelta del nero è inseparabile dalla morte: e non c'è motivo per morire ai Laghi Masuri, derisi dai bisonti europei reintrodotti soltanto di recente). I Laghi Masuri sono una zona morta e addormentata che si estende su regioni desolate, dalla Provincia di Pisa fin verso la Bielorussia. Stando lì si impara senza volerlo il tedesco e il polacco e un po' il masuro, che è una lingua che si parla a bocca chiusa, ma non c'è mai nessuno con cui parlare. I rari passanti procedono trafelati, a volte montati su tandem d'epoca, e se si rivolge loro la parola si limitano a toccarsi la falda della tuba, imbarazzati. i contadini sui loro carri trainati da bisonti, o a volte da altri contadini, non salutano nemmeno. Forse perché non portano cappelli e odiano chi può permettersi una tuba. Tutto ciò che si può fare ai Laghi Masuri è stare fermi e aspettare di essere ricoperti di neve, poi diventare bianchi e far parte del paesaggio. Allora sarà lecito attendere che passi un carretto trainato da un contadino, avvicinarsi non visti per tutto quel bianco, attaccarsi alla stanga e sperare in masuro - a bocca chiusa - che vi riportino a Pisa.
È molto bello il panorama da qui: vedo la città di legno e le mura di pietra, e oltre esse la campagna verde che comincia solo ora ad ingiallire a chiazze. È la mia città, questa, e ne conosco le stagioni: la primavera che non cede ancora il passo all'estate mi fa pensare che l'inverno sia stato lungo e rigido, come capitava a volte al tempo lontano della mia infanzia. Il grano ha atteso a lungo sotto la neve e ha indugiato giorni e giorni prima di sentirsi al sicuro, prima di rialzare la testa e di domandare al sole di aiutarlo a crescere. Solo ora mostra le sue spighe rigogliose, ma sono ancora giovani e avranno molto da maturare prima che sia tempo di chiamare i mietitori. Dall'altra parte, dal lato che non vedo, la città si butta in mare; ma non voglio parlare del mare. Molto tempo fa ero anch'io un mietitore, quando le campane ci radunavano e salivamo a nugoli alla casa del padrone, sulla cima della collina. Allora avevo il viso liscio e guardavo agli uomini barbuti come a dei vecchi. Oggi che è ornato di baffi folti che non pensavo avrei mai avuto, sento però che il mio viso è quello di un uomo forte e maturo, non certo quello di un vecchio; è proprio vero che tutto è relativo. O forse io alla stessa età sono più giovane di quei vecchi, io che ho smesso da tempo di spezzarmi la schiena nelle campagne, io che ho vissuto bene e guadagnato meglio. Di certo non invidio i ragazzini dal volto glabro come questo che sta passando proprio ora in questa piazza, e si gira verso di me e mi urla qualcosa che non comprendo; vorrei chiedergli che cos'ha detto, ma non credo che sia importante. Ad ogni modo lui è già lontano, e io non riesco neanche a parlare. Non li invidio perché ho già perduto quello che loro sognano. E non credo che esista un modo di conservare i propri sogni, anche rivivendo all'infinito la propria vita. O forse quel ragazzo è come me: ha i vestiti che portavo io quando correvo per queste vie ed avevo ancora il volto liscio. Di sicuro ha i sogni che avevo io, perché i sogni di una piccola città sono sogni banali e non ci vuole molto ad indovinarli. È ironico che mi trovi qui, costretto a osservare la campagna, io che per tutta la vita ho guardato solo il mare. Ero un mietitore quando mi hanno portato via i pirati, giunti con la bella stagione a razziare il nostro grano e le nostre giovani braccia; allora guardai oltre il mare la mia città che si allontanava, finché non vidi solo il mare. Ero un pirata quando sono tornato nella mia città (in mezzo ci sono i miei sogni realizzati e persi), a rubare le braccia e il lavoro degli altri; ma sono tornato troppo presto -proprio io che conoscevo le stagioni di questo luogo!- e al posto delle spighe d'oro ho trovato solo i cannoni di bronzo. Adesso sono una testa appesa alla torre più alta della mia città, e sono contento perché così posso osservare il grano che ingiallisce. Se guardo i ragazzi che corrono nelle vie, mi sembra che siano come me; e mi domando quanti di loro finiranno allo stesso modo, una testa senza più corpo e senza più sogni.
Frei wovon? Was schiert das Zarathustra? Hell aber soll mir dein Auge künden: frei wozu?
(Libero da cosa? Che importa ciò a Zarathustra! Il tuo occhio me lo deve dire chiaro: libero a che scopo?)
F. NIetzsche, "Così parlò Zarathustra. Del cammino del saggio".